Dobbiamo riprendere il discorso da dove l'abbiamo lasciato.
Hugo Chàvez Frìas ha dunque conquistato il popolo venezuelano ritornando alle origini, al mito del Libertador, Simon Bolivar che tanto contribuisce all'identità di quel Paese. Egli ha persino cambiato il nome della nazione, richiamando le sue origini: oggi, la nuova costituzione riferisce di una Republica Bolivariana de Venezuela. Ed ha mutuato il castrismo -spacciato per socialdemocrazia, in modo da fare meno paura- per governarlo. Senza disdegnare un culto della personalità che egli sa benissimo veicolare attraverso i media nei quali appare personalmente, per un filo diretto settimanale, un dialogo senza mediazioni con la gente.
Un concentrato, come si può vedere, di tanti sottoprodotti della modernità, per un risultato, però, tipicamente post moderno, in quanto basato -essenzialmente- su un mito (quello della fondazione e del fondatore), rilanciato al momento "giusto" in contrapposizione con la catastrofe della democrazia tradizionale e corrotta dei due partiti storici del Venezuela: Accìon Democratica ed il Copey. Un momento di grande scontento per la gravissima crisi economica e sociale che Chàvez -con le sue iniziative folcloristiche e demagogiche- non ha affatto sanato nè alleviato.
Un concentrato che si caratterizza anche per la violenza -non solo verbale- soprattutto verso la Chiesa Cattolica venezuelana, accusata spesso di tradimento e di appoggio agli oppositori del suo regime.
Che lezione ne può venire a noi da questa esperienza sfuggente, magmatica che ha spaccato verticalmente un intero popolo?
Una lezione dura che, con il realismo cattolico, dovremmo però far nostra: anche noi -ad esempio, in Italia- abbiamo vissuto i nostri miti di fondazione, abbiamo i nostri "eroi" nazionali. E' il cosiddetto Risorgimento, l'epopea della guerra di liberazione dallo straniero, trasformatasi in una guerra di italiani contro altri italiani.
E' in corso ai massimi livelli un tentativo di riproposizione di questa "epopea" senza quella critica che, invece, da circoli attenti e sensibili della cultura cattolica, sta cercando di proporsi. Non basta -però- richiamarsi a quanto (con l'infarinatura di una scuola dell'obbligo a senso unico) è considerato dai più "patrimonio culturale e storico" dell'italiano medio.
I "ritorni" della Storia su sè stessa sono spesso pericolosi: Chavez nè è la prova. E non sono sufficienti a fare un nazione: l'Italia ne è la riprova.
Non sempre il passato, letto come un romanzo a lieto fine, come una palingenesi cui sempre rifarsi per rinascere e rinnovarsi, concede frutti duraturi e positivi: si è spesso costretti a ricorrere a ricette di ripiego, anch'esse stantìe e ripetitive, per vincere la sfida delle difficoltà quotidiane e concrete.
E' valsa per e con Chavez l'amara profezia proprio del "suo" Simon Bolivar il quale, sul letto di morte suo e del suo sogno di una Gran Colombia (infrantosi quasi subito contro la prima secessione, quella del suo Venezuela...), sospirò:
“Ho governato per vent’anni ed in questi non ho ottenuto che pochi risultati certi: primo, l’America è ingovernabile per noi nativi; secondo, colui che serve una rivoluzione sta arando nel mare; terzo, l’unica cosa che si può fare in America è emigrare; quarto, questo paese cadra inevitabilmente nelle mani della folla scatenata, per passare poi in quelle di tiranni quasi impercettibili, di tutti i colori e razze…”.



