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sabato, 20 novembre 2004

Dobbiamo riprendere il discorso da dove l'abbiamo lasciato.

Hugo Chàvez Frìas ha dunque conquistato il popolo venezuelano ritornando alle origini, al mito del Libertador, Simon Bolivar che tanto contribuisce all'identità di quel Paese. Egli ha persino cambiato il nome della nazione, richiamando le sue origini: oggi, la nuova costituzione riferisce di una Republica Bolivariana de Venezuela. Ed ha mutuato il castrismo -spacciato per socialdemocrazia, in modo da fare meno paura- per governarlo. Senza disdegnare un culto della personalità che egli sa benissimo veicolare attraverso i media nei quali appare personalmente, per un filo diretto settimanale, un dialogo senza mediazioni con la gente.

Un concentrato, come si può vedere, di tanti sottoprodotti della modernità, per un risultato, però, tipicamente post moderno, in quanto basato -essenzialmente- su un mito (quello della fondazione e del fondatore), rilanciato al momento "giusto" in contrapposizione con la catastrofe della democrazia tradizionale e corrotta dei due partiti storici del Venezuela: Accìon Democratica ed il Copey. Un momento di grande scontento per la gravissima crisi economica e sociale che Chàvez -con le sue iniziative folcloristiche e demagogiche- non ha affatto sanato nè alleviato.

Un concentrato che si caratterizza anche per la violenza -non solo verbale- soprattutto verso la Chiesa Cattolica venezuelana, accusata spesso di tradimento e di appoggio agli oppositori del suo regime.

Che lezione ne può venire a noi da questa esperienza sfuggente, magmatica che ha spaccato verticalmente un intero popolo?

Una lezione dura che, con il realismo cattolico, dovremmo però far nostra: anche noi -ad esempio, in Italia- abbiamo vissuto i nostri miti di fondazione, abbiamo i nostri "eroi" nazionali. E' il cosiddetto Risorgimento, l'epopea della guerra di liberazione dallo straniero, trasformatasi in una guerra di italiani contro altri italiani.

E' in corso ai massimi livelli un tentativo di riproposizione di questa "epopea" senza quella critica che, invece, da circoli attenti e sensibili della cultura cattolica, sta cercando di proporsi. Non basta -però- richiamarsi a quanto (con l'infarinatura di una scuola dell'obbligo a senso unico) è considerato dai più "patrimonio culturale e storico" dell'italiano medio.

I "ritorni" della Storia su sè stessa sono spesso pericolosi: Chavez nè è la prova. E non sono sufficienti a fare un nazione: l'Italia ne è la riprova.

Non sempre il passato, letto come un romanzo a lieto fine, come una palingenesi cui sempre rifarsi per rinascere e rinnovarsi, concede frutti duraturi e positivi: si è spesso costretti a ricorrere a ricette di ripiego, anch'esse stantìe e ripetitive, per vincere la sfida delle difficoltà quotidiane e concrete.

E' valsa per e con Chavez l'amara profezia proprio del "suo" Simon Bolivar il quale, sul letto di morte suo e del suo sogno di una Gran Colombia (infrantosi quasi subito contro la prima secessione, quella del suo Venezuela...), sospirò:

“Ho governato per vent’anni ed in questi non ho ottenuto che pochi risultati certi: primo, l’America è ingovernabile per noi nativi; secondo, colui che serve una rivoluzione sta arando nel mare; terzo, l’unica cosa che si può fare in America è emigrare; quarto, questo paese cadra inevitabilmente nelle mani della folla scatenata, per passare poi in quelle di tiranni quasi impercettibili, di tutti i colori e razze…”.

sebastianomallia | Permalink | commenti

mercoledì, 17 novembre 2004

Non è che l'ultimo segnale inquietante: alcuni attivisti dei diritti democratici sono -da tempo- sotto accusa in Venezuela.

Ne parla più diffusamente censurarossa a cui rinvio per i dettagli e per l'appello di molti uomini politici (dei più svariati Paesi) in favore di queste persone, accusate -con le più svariate scuse- dal governo del presidente di Hugo Chavez di aver accettato aiuti internazionali per le loro campagne.

Se ne parlo qui è perchè il caso-Venezuela è tornato di stretta attualità, tanto da meritare un importante reportage di Gian Antonio Stella, uno dei giornalisti di punta del Corriere della Sera. Reportage dal quale il presidente-plebiscitario venezuelano (idolo di opinionisti alla Gianni Minà), ne esce in modo piuttosto ambiguo e, comunque, non certo positivo.

Perchè tanto interesse "apologetico" per Chavez? Un po' perchè le vicende di quel Paese mi toccano "da vicino" (essendoci nato, ed avendoci vissuto con la mia famiglia per ben dodici anni). Un po' -e passando dal "chissenefrega" al punto di questo post- perchè l'ex colonnello golpista è davvero, credo, uno dei più significativi "prodotti" di questa nostra epoca post moderna.

Lo dimostra lo sconcertante pezzo conclusivo di Stella, in cui sono raccolte benedizioni sia da destra oltre che dal fronte comunista per il colonnello.

E non è un caso, a mio parere.

La salsa propinata da Chavez ai Venezuelani è, infatti, una mistura di patriottismo e di marxismo al servizio esclusivo della persona fisica dell'interessato i cui uomini, non a caso, si autodefiniscono "bolivariani".

Simon Bolivar, il "libertador" di tutta quella fascia che va dalla Guyana al Perù, "circumnavigando il Brasile", si sà, apparteneva alla borghesia "creolla" che si ribellò alla Corona spagnola sotto l'influsso dei "Lumi".

Non è un caso che la "lampada" dell'eroe nazionale venezuelano sia stato quel Alexander Von Humboldt (naturalista ed esploratore di quelle lande), con il quale viene ritratto in un "commovente" affesco che ancora mi ritorna in mente dall'infanzia.

Il "sogno" Bolivariano (la "Gran Colombia" una grande federazione che avesse come spina dorsale geografica le stesse Ande, dal Venezuela al Cile e l'Argentina) si infranse contro i particolarismi d'allora.

Ma il mito del "Libertador" a cavallo del suo destriero è stato tramandandato con orgoglio di secolo in secolo, formando milioni di bambini (quorum ego...) nati in quel Paese.

Facile per un opportunista alla Chavez appropriarsene, puntando sul "tradimento" dei corrotti partiti tradizionali e sui valori "del bel tempo andato" per accaparrarsi il potere. Cosa c'è, infatti, di più post moderno di rinvangare una "continuità" con il passato remoto (Bossi docet)?

Siccome, però, Bolivar non governò granchè, il nostro presidente ha dovuto inventarsi un sostrato politico: nulla di meglio, allora, che scimmiottare il vicino di sponda Fidel ed il suo comunismo in salsa caraibica.

Il risultato merita una riflessione ad hoc, che completeremo nel prossimo post.

sebastianomallia | Permalink | commenti (4)

lunedì, 08 novembre 2004

Mi segnalano che ad Igualada, in Catalogna, hanno celebrato il primo "battesimo" laico in terra spagnola di un bambino.

Questo 'bautismo civil' (che è stato preceduto da quella che il giornale web www.lavanguardia.es chiama una "gran expectación mediática") ha avuto luogo con tanto di letture "liturgiche" -brani della dichiarazione dei diritti del bambino dell'ONU e il passaggio della Costituzione spagnola dedicato all'educazione- e di rinfresco finale, dopo il rito.

Il giornale -al quale è possibile registrarsi gratuitamente, avendo notizie fresche- riferisce che, così facendo, la mamma catalana del nuovo "battezzato civile", ha rinnovato la cerimonia inaugurata in Francia, ai tempi delle rivoluzione, "a Strasburgo (Francia) il 13 luglio 1790", ed imposta dalla Prima Repubblica con decreto del 26 giugno 1792 "como símbolo de la separación entre la Iglesia y el Estado".

Arriveranno a simili imposizioni anche i "moderni" e "tolleranti" laici di oggi?

Intanto, in Italia, ai nostri bambini viene propinato un catechismo "preparatorio".

Mia moglie mi segnala che stamani, su RAI DUE, durante il programma Go Cart, un pupazzo muppet di nome Elmo invita i bambini ad un quiz: trovare il filo conduttore delle immagini che seguiranno.

Compaiono uomini e donne, anche di razze diverse, con bambini e anziani. Alla fine, un flash di pochi secondi: con una bimba che mangia il gelato passeggiano due uomini, senza mogli (donne..) al seguito.

Elmo svela l'indovinello: il filo conduttore è la famiglia, nel cui novero dovremmo dunque comprendere anche i due signori maschi con bambina al seguito...

Forse non ci sarà bisogno del bollino rosso (per fortuna non siamo a questo) ma del bollino giallo qualcuno dev'essersi dimenticato: chi glielo spiega, altrimenti, ai bambini in visione che non tutti la pensano come Elmo?

sebastianomallia | Permalink | commenti (3)

sabato, 06 novembre 2004

Anni novanta del Settecento, anni zero del terzo millennio. Rivoluzione francese, fondamentalismo islamico. Ateismo illuminista, inaccessibilità dell'Allah islamico.

C'è qualcosa che accomuna queste realtà così diverse?

Se è lecito giudicare entrambi gli alberi da almeno uno dei loro frutti, si porebbe rispondere sì: le teste mozzate dei nemici (in entrambi i casi, cristiani e, peggio, cattolici).

E' un particolare che colpisce: in entrambi i casi il terrore (quello con la maiuscola dei giacobini francesi e quello maggiorato con il suffisso "ismo" degli integralisti alla Abu Musab al-Zarqawi) porta alla caduta dei capelli, ma con l'aggiunta del cranio che li sorregge.

Se per gli illuminati rivoluzionari, però, la ghigliottina era il contrappasso sinistro della loro Ragione (venendo tagliata, nei nemici, proprio testa, la sede, cioè, del cervello e dei "lumi" solo "umani") per questi fanatici -ma prima ancora, per le schiere del Gran Saladino- il taglio del capo è un segno inquietante della loro "coerenza". Non è, infatti, per loro il Capo Supremo, la divinità stessa, inaccessibile al punto di non essere presente o da essere, comunque, "separata" dal "corpo" dei fedeli?

Essi stessi, allora come oggi, si rifiutano di avere un'autorità religiosa suprema, un capo assoluto, in terra (come, per noi, il Papa). Come i giacobini, del resto, puniti -pochi anni dopo- con la loro eterna eterogenesi dei fini: l'uomo forte, il dittatore che spazza via la Repubblica con la scusa di volerla "esportare"; con una parola, il Bonaparte.

Accomunati, in questo incubo ricorrente, al marxismo, che sopravvive a sè stesso solo grazie alla leadership solitaria, unica (da Lenin a Stalin, da Tito a Castro), smentita plastica del mito del collettivismo.

Un ammonimento della storia alla Chiesa. Essa non è sopravvissuta che per la sua fedeltà ed il suo indissolubile a Roma, a quel Papa che tanti, oggi (vedi un Melloni fra i più "moderati") vorrebbero depotenziato dalla periodicità fissa dei Concili, magari "ecumenici" (per ora, uno ogni secolo, poi, via via opinando, secondo il mondo...).

No. La testa ci serve: teniamocela stretta!

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mercoledì, 03 novembre 2004

Fresca di giornata, ecco una discussione -come tante- in quel vero e proprio "pretorio" che è diventato, per un cristiano, il quotidiano.

Dopo la fine dell'udienza si chiacchera del più e del meno con un collega ed un giudice. La battuta dell'avvocato sul figlio di un tal politico, assunto alle Poste, ci fa scivolare sul terreno "religioso": il collega accenna all'Assunzione di Maria sorridendo sulla sua verginità perpetua, il giudice (una donna), rincara la dose parlando di "sessuofobia" proprio a proposito della proposizione 'ideale di donna incarnato dalla Vergine.

Mi permetto di dire che quello della verginità è, per molti, non solo un valore, ma pure una realtà concreta vissuta senza le perversioni da film anni '70 che molti associano a simili scelte quasi automaticamente, sì da farli diventare dei veri e propri pregiudizi alla rovescia (prima, infatti, il "malato" era il satrapo insaziabile, oggi lo è -per definizione- chi ha scelto di diventare "eunuco", foss'anche per il Regno dei Cieli).

Infine, la discussione cade su Buttiglione e sugli omosessuali che, per il giudice, potrebbero doversi sposare.

Un terzo collega, cattolico suppongo, dice di pensarla come l'ex ministro UDC ma di non condividere l'accenno fatto da lui nell'audizione in commissione (solita solfa: il cattolico va bene se rimane relegato a casa sua).

Rispondo che su decine e decine di pagine di audizione, tutte rigorosamente precise nelle risposte, persino nel riportare le coordinate, alquanto robotiche (E-234, JK-897-67, ecc.) e quindi inquietanti, delle raccomandazioni e delle direttive UE che competevano al commissario in pectore Buttiglione, l'attenzione di tutti s'è soffermata solo sulla risposta data dal filosofo alla provocazione di quella deputata. Inadatto l'ex ministro, insomma, solo perchè è cristiano senza la paura di dire ciò che pensa.

Niente da fare: la vulgata sembra più forte in quanto viene ripetuta più volte, martellando te e chi ti circonda, al punto di farti sentire in minoranza e in soggezione.

La legge naturale non ha senso, valendo solo i "diritti", fra i quali il giudice ipotizza pure l'adozione, da parte di coppie omosessuali, di bambini africani che, altrimenti, morirebbero d'inedia (e delle madri, penso dopo, cosa ne dovremmo fare?).

Fra il solito accenno alle "crociate" (che ci sta sempre "bene") ed il resto, la discussione scema: è già tardi e ognuno deve tornare a casa.

Me ne vado, un po' sconfortato, pensando che proprio questo -forse- sta vivendo la Chiesa: il passaggio nel "pretorio", l'inizio di un dialogo (anche sul potere) con l'autorità mondana, la chiosa -apparentemente definitiva- di chi detiene il potere: "che cos'è la verità?"....

Un segno inquietante dei tempi, come inquietante è il silenzio che potrebbe seguire, il silenzio al quale potremmo venire ridotti.

Non è un "complotto", ma -se non fosse così terribile- potrebbe essere un'aspirazione: silenti come quel Galileo, davanti a Pilato.

P.S. Tornando a casa in macchina, sento che gli americani hanno votato in molti stati per alcuni referendum, bocciando in molti casi i matrimoni gay. Forse, penso, non è ancora giunto il momento....

  

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