Con l'aria di chi dice : "E ora beccatevi questa", il prof. Emanuele Severino, sul Corsera di stamattina, ha rilanciato le sue "ragioni" a favore della sperimentazione sulle cellule staminali embrionali, nonostante lui e la Svizzera di cui si fa propagandista siano stati superati proprio da quella "scienza" che vorrebbero imporci.
Rimando al suo articolo per la tesi.
Da neanche Bertoldo ma Bertoldino (e forse, quasi quasi Cacasenno) quale sono, mi permetto di abbozzare una antitesi di buon senso prima che di filosofia: lascio alla fanteria pesante cattolica le risposte sul piano aristotelico e filosofico.
Il centro del ragionamento del filosofo palermitano dovrebbe essere questo: se l'embrione è un essere umano in "potenza" egli contiene -appunto- il potenziale sia dell'essere umano sia del non essere umano, sicchè sarebbe da dogmatici (categoria che egli affibbia, senza molta originalità , alla Chiesa Cattolica) aderire a priori ad una equazione uomo in potenza = uomo tout court, in quanto l'uomo in potenza può divenire anche un non essere uomo.
Ma, c'è da chiedersi, cosè un non essere uomo? O esso è un non uomo ovvero non è nulla, perchè è un non essere.
In quest'ultimo caso egli morirebbe da sè: dolore sì, ma pazienza, perchè egli non è ma non per mano d'altri.
L'interrogativo, però, con lo spostamento del non davanti alla parola uomo apre scenari inquietanti: se dall'embrione può venir fuori, secondo la potenza impotente di Severino, un non uomo vien da chiedersi cosa intenda egli con questa definizione. Forse egli allude ad esseri che, per malformazioni, deficenze psicofisiche o altro, ci porterebbero a definire questo alternativo esito dell'uomo in potenza non uomini?
E se così è, gli esiti, sul piano della bioetica non sembrano somigliare tremendamente a quelli dell'eugenetica o, peggio, del razzismo biologico?
Non vogliamo pensare che Severino abbia potuto pensare a questo.
Resta il fatto che l'essere umano, in fondo, è sempre in potenza qualcosa di nuovo: anche dopo che è nato. Solo che mentre all'uomo nato viene riconosciuto il diritto alla vita sicchè egli può decidere ed operare da sè anche di non essere qualcosa, all'embrione -che pure è potenza anch'egli- non si vuole darlo (il che è impossibile, perchè egli non può esercitarlo) nè gli si vuole tutelare (il che è possibilissimo, invece, alla società ed allo Stato).
Non è un caso che il concetto di persona, nel cristianesimo, non si completi neanche con la morte: l'uomo morto non diventa un non essere, ma -già da questa vita- è in potenza un uomo "diverso". Un cambiamento, un "divenire" -questo- che determina, proprio come nel caso dell'embrione, conseguenze anche "fisiche" (la resurrezione della carne).
Un ultima cosa: si dice che da Aristotele non si può prescindere, sia che siamo laici o cattolici.
Ho la sensazione che, tagliate via e gettate alle ortiche le radici cristiane, questo ritorno alle radici greche (filosofiche) sia il preludio di quello che ci aspetta: "abbiamo in comune solo questo, per cui, attenetevi ad Aristotele, Platone e C., senza disturbarci con il vostro Cristo" ovvero, più filosoficamente, "con il vostro Tommaso d'Aquino".