Torno ora dalla funzione del Venerdì Santo.
Non lo avevo notato prima: morto il Cristo, la sua sepoltura è curata da due giudei, maschi, della classe sacerdotale, Giuseppe d'Arimatea e Nicodemo.
Essi erano discepoli, fino ad allora, di nascosto: Giovanni lo dice espressamente del primo, proprio nel passo di oggi mentre, del secondo, è dato evincerlo dal modo clandestino (di notte) con il quale egli si reca da Gesù.
Interessante: quei due alti dignitari religiosi, in vita, non seguono questo maestro ambulante, ma -al contrario- quando le folle che lo accompagnano spariscono e molti dei discepoli "pubblici" si dileguano, in questo momento di "ignominia" e di "sconfitta" di quel predicatore, essi assumono rischi pesanti, esponendosi pubblicamente per dar sepoltura al suo corpo. Si pensi a Giuseppe che va persino da Pilato a farsi dare il permesso di prenderlo, senza dire del modo in cui i due "trascurano" quella legge ebraica che impediva ai loro confratelli di contaminarsi persino entrando dal procuratore romano.
La morte di Gesù fa "scattare qualcosa" in loro che lo fa uscire allo scoperto: l'evento deve aver assunto, poi, per Nicodemo sconvolgenti effetti personali, visto che è a proprio a lui che il Maestro disse, in tempi non sospetti: “Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me” (come annota, significativamente, proprio Giovanni, 12,32).
Mi piace pensare -non sono, purtroppo, così erudito- che da questa vicenda la Chiesa abbia tratto la convinzione che uno dei segni della fine sarà la conversione degli ebrei al Cristianesimo. Nel parallelismo fra la vita di Gesù e quella della Sua Chiesa, quest'ultima sa già che -improvvisamente quanto sorprendentemente- dal Popolo del Suo Signore verranno fuori discepoli fino ad allora "nascosti", anche a loro stessi.
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