All'isola di Saona (da Savona: tutto richiama quel ligure dal quale partì l'epopea del nuovo mondo) si arriva con i motoscafi dopo uno scenario irreale -le cosiddette piscine naturali, ricche di grandi stelle marine- e mezzoretta di navigazione e di vento sulla pelle.
Bello lo scenario, quasi incontaminato, ma non troppo dissimile dalle spiagge di Punta Cana e dell'albergo che ci ospita.
La gente è sempre la stessa: non mancheranno, certo, le teste calde (i giornali accusano la polizia di qualche eccesso di brutalità), ma la media umana che ci è dato di vedere è di una sorridente gentilezza, mista ad allegria che sembra davvero sincera. Solo il tizio che rompe le noci di coco col machete sembra in un certo affanno e tradisce una certa tensione di guadagnare, da noi appena arrivati, un euro il cui cambio col dollaro è alla pari proprio perchè alla buona.
Da appassionato dei Pink Floyd e dell'elettronica di Alan Parsons non mi sarei mai aspettato di trovare gradevole quell'insistente, ma non martellante, sottofondo di musiche caraibiche che ci invitano al ballo: persino io mi muovo un poco, dopo secoli, cingendo mia moglie.
Il pranzo, dopo un bagno caldo nelle acque tropicali, è semplice e buono. Si prolunga un po' per l'abbondante frutta e per la voglia di parlare.
Di colpo viene a sedersi con noi "Pocahontas" -così l'ho subito battezzata per le trecce da nativa sioux che un po' stonano a sud della Florida- una donna dall'apparenza di cinquantenne che stava accanto al guidatore della nostra barca.
Inizia una conversazione che si prolunga grazie al mio pur claudicante spagnolo: una pacchia linguistica per me che, dai dodici anni in poi, non ho potuto più parlare la mia seconda (o forse prima?) lingua.
La signora ha avuto -così dice, almeno- una vita movimentata: figlia di francesi, un diplomatico -a quanto ho capito- di stanza in Spagna nel momento più sbagliato possibile: le sinistre al potere e poi Francisco Franco. In famiglia non amano troppo le rogne e vanno via in Francia.
Qui crescono un po tutti, Maria –la nostra interlocutrice- compresa che si sposa e ha due figli prima di venire nella Repubblica Dominicana.
La più grande dei due rimane in Francia, vicino Montpellier. Il secondo e più piccolo sta con la mamma e cresce felice a Bayahibe, il porticciolo di pescatori da cui siamo partiti. La madre è felice per lui e preoccupata per la maggiore: troppo casino, oltralpe ed oltre l’Atlantico, che lei imputa ai magrebhini ed alla droga, capace di rovinare le vite degli uomini.
Eppure -anche se dissimulata dall’abbronzatura- i tratti di questa cittadina del mondo non sono europei: capelli corvini, bocca grande, voce profonda e un po’ rauca. Solo il naso è un po’ fuori luogo, all’insù, esposto al sole che brucia la pelle in soli tre minuti, se non ti proteggi.
La conversazione spazia su Chavez, il dittatore venezolano, sulla vita ai caraibi, e sulla sua impresa: proprio quella dei motoscafi che ci hanno portati qui. Lei ne possiede sei, una piccola flotta all’assalto ripetuto dell’isola. I suoi incursori la nostra mercenaria li noleggia preferibilmente per Club Med (il “numero uno” dice, con un filo di patriottismo): va bene la vita modesta, alla giornata, serena, ma business are business anche nella parte sud-orientale di Santo Domingo.
Notiamo che la gente sorprende per serenità: lei, che ha la faccia di chi sembra averla cercata a lungo, percorrendo molta strada, felice di fare ogni giorno che Dio la manda, o quasi, quel tragitto col vento in faccia sull’acqua turchese, lei che un po’ il mondo l’ha visto ci snocciola la chiave di tutto.
Niente droghe. Proprio così, niente stupefacenti. Una politica repressiva del governo e della polizia verso spacciatori e consumatori. Se ti trovano addosso la “roba” ti arrestano.
La riprova è la vicina Haiti, crocevia dei peggiori traffici -armi comprese- devastata, con la popolazione in fuga verso questo ovest alla rovescia che è, nell’isola, la Repubblica Dominicana. E poi Jamaica e Cuba: posti infidi e pericolosi, disordinati, per la nostra ospite a tavola. Anche li la droga gira indisturbata, per quella mentalità un po’ così, come quella che piace a tanti, troppi, qui da noi.
La vecchia cara “repressione” al posto del buonismo: non siamo in Svezia, ma ai carabi. La gente sorride, ti accoglie, non si spazientisce mai, sente sempre musica e, per finire la giornata, non ha bisogno di sballarsi. Gli basta ballare, al ritmo della vita.