Stasera, su RAIUNO, in seconda serata e dopo il TG1, Porta a Porta si occuperà di Deus caritas est, la prima enciclica di Benedetto XVI.
Ospite, fra gli altri, Vittorio Messori.
sebastianomallia | Permalink | commenti (6)
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Stasera, su RAIUNO, in seconda serata e dopo il TG1, Porta a Porta si occuperà di Deus caritas est, la prima enciclica di Benedetto XVI.
Ospite, fra gli altri, Vittorio Messori.
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Si dicono "liberali" ma, come qualcuno sta dimostrando, in fondo non lo sono mai stati nè lo saranno: sono i Radicali Italiani, con questa nuova trovata dell'eutanasia per legge, da praticare anche ai bambini.
Diranno certo: "libertà di morire". Ma una volta che la eserciti, perdi tutte le altre, compresa quella di ripensarci....
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Non solo sorrisi e foto di rito, ieri, in Vaticano, per il primo incontro fra Benedetto XVI e il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni. Incontro da inquadrarsi nella giornata dell'amicizia ebraico-cristiana, che si celebra ogni anno da ormai quasi quaranta.
C'è da augurarsi che le parole del Papa sull'antisemitismo possano aver sgomberato dal campo, una volta per tutte, il sospetto, che viene fatto risorgere da alcuni ambienti ebraici (e che non ha risparmiato neanche la diplomazia dello Stato di Israele) su presunte "omissioni" di Ratzinger nei suoi discorsi contro il terrorismo internazionale: anche Wojtyla non citava quasi mai gli anarco-insurrezionalisti italiani e non per questo, da Pisanu o da Fini, partivano note di sconcertato (ed un po' esagerato) rammarico verso il Vaticano.
Ma, si sa, che sui "silenzi" -soprattutto quando si presumono- c'è tutta una scuola di pensiero alla quale appartengono anche non pochi, dicono autorevoli, studiosi cattolici. Ovviamente, è il silenzio altrui a far rumore, chè quando qualcuno fa notare che costoro tacciono per altre cose (vedi Pacs, persecuzioni cinesi, ecc.), nessuno sta lì ad interpellarli o sollecitarli maniacalmente: questo compito "desilenziatore" lo sia lascia (e, diciamolo pure, lo lasciamo pure noi) ben volentieri a loro.
Fuori da queste considerazioni (che pure dovrebbero -ce lo auguriamo- trovare spazio in una discussione ed in un dialogo degni di tali nomi: che senso avrebbe, cioè, battagliare sui giornali di queste "mancanze", se poi si facesse finta di nulla gli uni al cospetto ed alla presenza degli altri?), pare azzeccata la sintesi fatta dal rabbino Laras di ciò che ci accomuna con i cosiddetti "fratelli maggiori".
Azzeccato, soprattutto, è il minimo comun denominatore dell'attesa, come condizione degli uni e degli altri, rispetto al Messia: ed è davvero bello che il papa -se non ho sentito male i resoconti- ci abbia additato gli ebrei come esempio da seguire proprio nella prospettiva escatologica (che, fra le tante cose, si è "atrofizzata" nella Catholica).
E' un grande passo dei capi della Comunità Ebraica Italiana o, per essere più precisi, un fondamentale, perchè autorevole, riconoscimento: essi sono in attesa e, quindi, non identificano il popolo d'Israele come -esso stesso- il Messia che doveva venire e che, quindi, sarebbe già venuto. Un concetto non da poco, con ricadute anche politiche di grande rilievo, oltre che religiosamente "onesto".
L'attesa di chi crede che il Messia deve venire è comune, nel tempo e nella storia, a quella di coloro i quali credono che sia già venuto: non è poco.
Ma sarebbe dimenticare quella stessa onestà che ci impone di vedere quanto ci accomuna ed unisce, non ricordare che -per noi cattolici, per noi che ci diciamo cristiani- Egli, il Cristo, è già venuto e che, potrà sembrare brutale, gli altri se lo sono, di fatto, "perso".
Un nodo cruciale che non può essere certo drammatizzato -con le sconcertanti catene di successione nella colpa di deicidio, che hanno il gravissimo ed inaccettabile torto di scordare i tanti semiti che accettarono Gesù e si fecero suoi discepoli fino all'effusione del loro sangue- ma che non può però essere superficialmente liquidato.
Se gli ebrei di oggi, infatti, possono insegnarci il modo più profondo di attendere il suo ritorno, quelli di ieri possono farci capire quanto sia fondamentale, pressante e, alla fine, ineludibile una semplice domanda che proprio a quel Galileo venne rivolta: "sei tu il Messia che deve venire, o dobbiamo aspettarne un'altro?"
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