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giovedì, 23 febbraio 2006

Oggi niente spazio per le chiamate del pubblico a Radio Maria: padre Livio ha appena il tempo di comunicare che, ieri, si è spenta Anna Maria Cenci, la dottoressa -era un medico- che da anni, il martedì mattina, commentava la Bibbia "in briciole" per "la famiglia".

Aveva l'età di Giovanni Paolo II, ma la voce non era quella di un'ultraottantenne: timbro giovanile e tonalità nobili, signorili. Io stesso la credetti più giovane, prima di vederne una foto sul Timone, al quale collaborava con una pagina dedicata, ancora una volta, alla Bibbia.

A qualche superficiale quei discorsi che inseguivano i versetti evangelici così come quelli del primo testamento, professandone l'adesione non semplicemente alla verità, ma alla realtà storica effettiva, quei discorsi, dunque, potevano sembrare lontani, inaccettabili.

Si sa, anni di incrostazioni sui "miti", sulle "favole edificanti", sulle "leggende" ci hanno portato proprio a questo: escludere che quanto si narra in quei libri che, con nonchalance a volte troppo scontata, riteniamo ed affermiamo essere la Parola stessa di Dio, fosse realmente accaduto a uomini e donne come noi.

Eppure -con la semplicità che le era propria e che conquistava tutti- Anna Maria Cenci ci credeva, mi pare di aver capito, anche sulla scorta (non solo di una continuità nella tradizione cristiana e cattolica) ma, soprattutto, partendo dal presupposto che la Parola di Dio non può mentire, men che meno su sè stessa, su quanto narra, su quanto e su chi descrive. E, alla fine, aveva "ragione" lei: "filavano", insomma, molto meglio le circostanze in un contesto di loro verosimiglianza che non in quello del mito, dato sempre per scontato.

E colpiva, in lei, quell'atteggiamento passionale (che mal si acconciava con quel tono di voce, mi ripeto, così nobile ed austero, ma che -proprio per questo- impressionava ancor più) a difesa della verità delle cose rivelate, che la portava a saettare contro questo o quel prete od esegeta, contro molti insegnamenti da seminario post-conciliare, contro molto atteggiamento "adulto", che spacciava e spaccia "le cose del Padre" nostro come storielle per (soli) bambini. 

Indissolubile da questa predicazione -15 anni nell'etere, come ricordava don Fanzaga stamani- la dott.ssa Cenci portava instancabilmente avanti una rete di preghiera in cui ascoltatori, lettori e corripondenti si univano e si scambiavano richieste, suppliche, e intercessioni.

Esempio bellissimo di et-et (lo so, è un po' una fissazione, ma ce lo vedo anche qui) in cui resta comune il leit motiv di trovarsi lì per promuvere proprio l'adorazione del Padre: della Sua Parola, anzitutto, ma anche, nella fede che può il possibile e l'impossibile, della Sua Potenza di guarigione, anche spirituale e non solo fisica.

Il Vangelo dei semplici, insomma, spiegato e messo in pratica in un unico contesto e, sbriciolato, non alla maniera dei saccenti per il gusto dell'analisi e della demitizzazione, ma per diventare cibo di cui nutrire tutti.

Si ricordò, insomma, di tutti qui sulla terra, la nostra Anna Maria. Sarà così, a fianco di Chi tutto sa vedere e sa rendere semplice, anche dal Cielo.

sebastianomallia | Permalink | commenti (15)

lunedì, 20 febbraio 2006

Ascoltandola, poco fa, in macchina su Radio Maria, ho la conferma del perchè si sia scatenata una piccola bufera mediatica sulla professoressa Angela Pellicciari, storica anticonfomista.

Niente sconti al mito del cosidetto Risorgimento, smontato pezzo per pezzo, ivi compresi i passaggi più edulcorati (vedi certe prediche di Gioberti), e gran scialo di documenti -tutti di matrice liberal-massonica- da vietare ai deboli di stomaco, da cui si ricava proprio l'idea di una brutale rivoluzione anticattolica che la manualistica vorrebbe sottacere, magari dietro un malcelato mito della nascita della nazione (concetto, anch'esso, sottoposto a critica estrema ma efficace).

Ha buon gioco -quando la lasciano parlare, è ovvio- la Pellicciari nel riferirci qualche interessante vergogna di quei settari, come le "opportune" aggiunte norme al codice penale che impedivano ai preti ed ai vescovi di ricordare come la classe dirigente liberale fosse stata scomunicata: questo all'indomani delle elezioni del 1855 e del successo cattolico (percentuale dei pochissimi votanti raddoppiata dal 20% al 40%), "invalidato" dal conte di Cavour -bene hanno fatto a dedicargli uno spumante- con la scusa di un presunto abuso dei mezzi spirituali.

E' quanto avrebbero fatto, scommetto, se solo avessero potuto, anche gli altri che, nel 1948, s'indignarono per presunte (ma inesistenti) Madonne pellegrine e piangenti.

Gli articoli voluti dal Benso prevedevano multe salate ed anni di galera, non solo per le "parole" e le "opere", ma anche per le "omissioni" (con un grottesco ma sicuramente voluto scimmiottamento delle formule liturgiche) di quei chierici, buttati fuori dal parlamento con quella patetica scusa e così silenziati a dovere, affinchè non rompessero più...

Acqua passata sotto i ponti della storia? Non direi.

A parte i richiami del nostro Presidente a quell'epoca (e quella presunta epopea), è dato sentire un po' di puzza risorgimentale anche in certe piazzate contro una Chiesa "troppo interventista" che, magari, "approfitterebbe" anche oggi dei "suoi mezzi spirituali".

A conferma del sospetto che, se in fondo stiamo messi così, è forse perchè siamo nati con alcuni vizi d'origine... purtroppo mai "controllata".

 

sebastianomallia | Permalink | commenti (1)

sabato, 18 febbraio 2006

E' molto difficile, immersi come siamo nella corrente delle ovvietà e del luogo comune, rendersi conto di quanto sia profondamente ipocrita la cultura cosiddetta dominante.

Qualche volta, però, ne esplodono le contraddizioni, come nel caso della sentenza della terza sezione penale della Corte di Cassazione che tanto scalpore ha fatto ieri, superata solo dai disastri seminati dal celodurismo di Calderoli -doppiamente irresponsabile, visto che c'era stato un freschissimo precedente, quello delle vignette e che lui è, purtroppo per noi, un ministro di questa Repubblica- e ben coltivati dal fondamentalismo islamico.

Ipocrite e smemorate sono, ovviamente, le reazioni, improntare a concetti ritriti e marciti come "ritorno al medioevo", "sintomo di misoginia" et similia dalle quali emerge un sussulto di pseudo moralismo abbastanza evidente.

Niente da dire, è ovvio: la sentenza sviluppa un ragionamento -se così possiamo definirlo- sconcertante ed inaccettabile, proprio perchè (tuttavia) corentissimo con certa sub cultura della "maturità adolescenziale". Ma altrettanto inaccettabile è l'indignazione di lor signori -come li chiama Padre Livio Fanzaga- che, in fondo, raccolgono quanto hanno seminato.

Non sono i decenni della c.d. rivoluzione sessuale, della sponsorship dell'educazione della sessualità nelle scuole, dei distributori di preservativi nei corridoi caldeggiati proprio dalle ministre ed ex che ora s'indignano, ad aver fatto passare l'idea (confluita nella motivazione della sentenza incriminata) che prima si raggiunge la maturità sessuale, prima interviene quella complessiva e che così diventa più serena, consapevole e, quindi, depurata dai "tabù atavici" (magari proprio "medioevali"... o "religiosi") la sessualità dell'uomo e della donna?

Non era ed è ancora, per questi che ora s'indignano, la sessualità un "semplice bisogno fisiologico dell'uomo", da ridurre a esigenza da soddifare a guisa del bere o del mangiare, senza troppi fronzoli? In questa ottica -superficiale ed interessata, questa si inaccettabile- perchè non dovrebbe avere meno disvalore, a parità della violenza subita (che non si giustifica comunque), rispetto a quella di una ragazzina "inibita e schiacciata dal tabù cattolico della verginità" (ad esempio), la passività in un atto sessuale di chi si sente dire sempre che deve sperimentare quest'ultimo quasi come consumare una pizza?  

Non è contraddirsi, banalizzare il sesso ad ogni piè sospinto (ad esempio, caldeggiando il tradimento fra marito e moglie come rimedio salutare alla noia ed alle incomprensioni), per poi indignarsi non per la violenza -ripeto- ma perchè il fatto assume meno disvalore in ragione della minore inibizione della vittima?

Allora, verrebbe da dire, abbiamo ragione noi, i "ritardati", assieme ai papi ed ai preti "repressi", a considerare la sessualità -sempre e comunque- il santuario di un mistero molto più profondo e complesso, da proteggere e custodire anche dalle banalizzazioni e dai loro frutti, violenza compresa, marci ed avvelenati. 

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venerdì, 17 febbraio 2006

Prima che Luigi Demiet passi di qui per leggerlo, sarà bene che scriva questo post.

La spinta a scrivere me l'ha data un post di wxre ed un successivo, eccellente commento di Roberto Buffagni (che non ho il piacere di conoscere) su alcune delle motivazioni dell'atteggiamento, del modo di essere stesso dei radicali, così impegnati nelle battaglie di opinione e così disimpegnati rispetto al governo, al quale non paiono interessati. Lo commentavo così, rifacendomi ad un pensiero che facevo proprio in questi giorni, nei quali sono impegnato nella mia -faticosissima- veste di uomo politico.

Post molto bello e commento di RB assolutamente magistrale: mutatis mutandis, il ragionamento è applicabile anche a Bertinotti (quello che non vuole fare il ministro, sennò rischia di non essere più "coscianza critica") e, credetemi, anche all'ex deputato regionale comunista di Roccapalumba con il quale mi sono scontrato ieri sera.... Credo che scriverò -più modestamente di voi, è ovvio- qualcosina nel blog su questo atteggiamento. Che ne nasconde, a mio modo di vedere, un'altro: questi paladini -iper coerenti- assumonono il potere solo se possono non condividerlo con chi non la pensa come loro. Hanno, insomma, il germe del totalitarismo.

Il fatto è che questa vocazione all'antagonismo che rende molta di questa gente allergica alle responsabilità di governo, credo celi proprio la convinzione intima non solo di essere migliori degli altri (o, come si dice, antropologicamente superiori), che è propria di ogni atteggiamento marxisteggiante e post marxista, ma quella di essere i soli ed unici ad essere degni di governare, di decidere, di progettare come pare a loro.

Ieri sera ne ho avuto la riprova: con il movimento civico che coordino stiamo lavorando per il governo del Comune e -non chiedetemi come, è una storia lunga che un giorno, forse, racconterò- abbiamo iniziato un cammino con i partiti dell'Unione -mancano Udeur e Verdi- ed altre liste civiche locali (dichiaratamente di centro).

L'Unione ci porta in dono Rifondazionisti e Comunisti Italiani, fra i quali il "sullodato" deputato, il quale a fronte della impossibilità di poter avere un assessorato garantito a tutti ( anche a quelli che non arrivano a cento voti su 11.000 votanti), dice che firmerà le regole della coalizione, ma a condizione che venga specificato che c'è un suo preciso no a quella per la quale chi non ha consiglieri eletti non esprimerà assessori in Giunta.

Gli dico che questo distinguo ci fa partire divisi prima di... partire e lui rilancia, dicendomi che, comunque, accanto al programma della coalizione, preparato anche col loro apporto, presenteranno a perseguiranno il loro programma -dei Comunisti Italiani- a parte!

Naturalmente, essi faranno ciò per poter dire che il loro programma è meglio di quello di tutti gli altri, compagni di viaggio ed alleati compresi!

Vogliono sentirsi a tutti i costi diversi: per questo detestano le maggioranze. Per loro il potere ha un senso se lo hanno tutto per loro, senza l'impiccio di chi la pensa diversamente. 

Hanno, insomma, il totalitarismo nel sangue. Ovvero, più prosaicamente, sono affatti da una inguaribile forma di onanismo politico.

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giovedì, 16 febbraio 2006

Voglio credere non sia stato un caso, l'altro ieri, pensare a Divo Barsotti, scomparso nella giornata di ieri.

Ci pensavo riflettendo sulle sue rare uscite pubbliche, specie quelle recentissime, caratterizzate da una difesa netta e poco "attorcigliata" del cattolicesimo, nella sua prospettiva tradizionale e non conformistica.

Apprendere, stamani, che è ritornato nella casa del Padre (come ha scritto Avvenire) o, meglio, che quello stesso Padre ha sostituito il suo modo di stare davanti al Mistero, dandogli i connotati della permanenza e dell'eternità, mi ha molto colpito.

Specie considerando che, in quello stesso giorno del trapasso di Don Divo (e chissà se, per un mistico come lui, è lecito chiamarlo tale...), il tribunale per eccellenza di quel diritto amministrativo che, in fondo, rappresenta il volto più arido della giustizia promossa dalla modernità, decretava la permanenza nei luoghi pubblici del crocifisso.

C'è, insomma, una parola che sembra accomunare questa coincidenza: la parola "presenza".

Quella dell'uomo davanti al suo Dio, nella conteplazione estatica, che probabilmente neanche con i suoi meravigliosi scritti Barsotti riusciva a descrivere appieno, ma anche quella -discreta, silenziosa eppure assordante- di quel simulacro nei luoghi dove si decidono le cose del secolo, "elevato" (o ridotto?) a simbolo di non meglio identificati "valori" della nostra civiltà italiana....

Nessun sospetto, per carità, di tentativi -tutti burocratici (com'è giusto che sia, nei motivi di una sentenza)- di giustificare la presenza dell'Appeso: è l'ossimoro della fede anche questo o, meglio, un suo punto estremo d'oscillazione, da considerare con attenzione e sul quale meditare.

A patto, però, come proprio l'esperienza personale di Barsotti insegna, di saper considerare l'altro, opposto vertice dell'et-et: la Persona, viva e vivificante, di un Cristo da non ridurre a mero simbolo (fosse anche di Se stesso).

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