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giovedì, 27 aprile 2006

Impagabili, questi Paolini. Nel "celebrare" l'anno in più -o in meno, dipende dai punti di vista- con Benedetto XVI, gli hanno dedicato uno speciale, con grande scialo di elzeviri dei loro "esperti" di riferimento (Enzo Bianchi e Andrea Riccardi su tutti).

Ripesco qui, da internet, il pezzo di Alberto Bobbio, che ha attirato ieri la mia attenzione, sui "rapporti che legano Ratzinger alla famiglia paolina": si citano i libri che il Panzer Kardinal -così lo chiamavano "in famiglia"- ha pubblicato sotto i tipi di quelle suore e di quei religiosi.

L'ho riletto più volte: hanno "dimenticato" il Rapporto sulla Fede, l'intervista con Messori del 1985. Eppure, quel volume fu "doppiamente" paolino, preceduta come fu la sua pubblicazione da una clamorosa anticipazione su Jesus, la rivista-ammiraglia della casa editrice di Alba

La cosa non mi sorprende: per anni, dopo il gran clamore che ebbe quel libro, considerato lo spartiacque fra il post concilio ed il... post di quest'utimo, l'edizione originale fu introvabile in quanto non più ristampata. Io stesso acquistai una copia tascabile "di fortuna", mentre ero di passaggio dalla stazione Termini: era la ristampa Oscar Mondadori,  a dimostrazione che il libro avrebbe potuto anche vendere "prima" della "trasformazione" in papa Benedetto dell'ex Prefetto del Sant'Uffizio.

Cose scontate, ma non per i Paolini. Come, in fondo, un po' troppo scontati sono divenuti -in questi anni- proprio loro.

sebastianomallia | Permalink | commenti (5)

martedì, 25 aprile 2006

E, alla fine, il Presidente dettò il suo testamento ("politico, non biologico" direbbe Sergio Luzzatto): "la costituzione è la mia bibbia civile".

C'è tutto: la "storia della salvezza" (Risorgimento, Resistenza...); le "tavole dei comandamenti" (il titolo primo della carta costituzionale); la torah, coi precetti del Levitico (quel che resta della Costituzione e il corpo di tutte le leggi sulle "abluzioni") e, financo, il "racconto della passione" (se volete, la devolution...).

Un biblos, oltretutto, che possono cambiare tutti (maggioranze permettendo): cosa ci può essere di meglio, nell'epoca del relativismo imperante?

Ce ne siamo accorti da tempo, Presidente: da almeno un secolo e mezzo!

sebastianomallia | Permalink | commenti (1)

domenica, 16 aprile 2006

E' l'alba di un'altra domenica di Resurrezione. Il giorno di Pasqua non è un giorno come gli altri: salta qua e la nel calendario, di anno in anno, fra i giorni di primavera, pronto a regalare a certi "patiti" (ed io sono uno di quelli) interessanti sollecitazioni.

Il Dio che ama ordire trame lungo la storia -e, nella storia, con la stessa vita di ciascuno di noi- spesso si compiace nel "giocare" con le date, disegnando significati e suggestioni anche con le coincidenze: non è forse Egli Colui la cui Parola, ad ogni lettura, richiama alla mente ed al cuore -ogni volta- un senso, un concetto, un sentimento sempre nuovi? Così egli, per chi come me ama "sfruculiare" nella storia, giocando con lui a trovarLo laddove Egli -giocando- si nasconde, è impareggiabile nel ricamare collegamenti e nodi nel calendario.

Anni fa -mi pare fosse propio il 2000- coincisero la Pasqua cattolica e quella ortodossa. Oggi, più "modestamente" forse (ma non troppo per me), è una di quelle Pasque non "come le altre": è un sedici aprile.

Una data "irrilevante" anni fa, ma che ora "polarizza" la mia attenzione e, dopo l'anno che è trascorso, la richiamerà per sempre. Oggi è nato il nostro Papa, Benedetto XVI, al secolo Joseph Ratzinger, settantanove anni fa.

C'è da pensarci: prima Pasqua da Successore di quel Pietro che, dopo una corsa affannosa entro per primo nel sepolcro vuoto e vide che le bende non avvolgevano più il corpo del suo Maestro, nel giorno del suo compleanno. Ancora due anni, poi, di Giovanni Paolo II -ne avremmo voluti, per carità, almeno altri dieci!- e, poi, non ci sarebbe stato un nuovo Benedetto per superati limiti di età...

Ma un sedici aprile nasceva colui che a Ratzinger come a Wojtyla avrebbe legato per sempre il suo nome: Vittorio Messori. Con quello di oggi sono sessantacinque. Scriverà, sul prossimo Timone di maggio, un altro dei suoi stupendi Vivai dedicato a questo "passaggio" -non è la Pasqua un passaggio?- in questa dalla quale l'OMS fa partire la vecchiaia: da non perdere questo piccolo bilancio di una vita singolare, unica.

Mi ha sempre "unito" al mio carissimo Vittorio, ma da qualche tempo prima che io lo approfondissi, imparando ad amare quello che scrive, la succitata passione per le date: lui che -da oggi possiamo dirlo- è "anziano" (ma è forse meglio dire "vecchio" sennò s'incavola) sa frenare la tentazione di inseguirne i suggestivi percorsi. Io, invece, no: ma da lui seppi la coincidenza del 16 aprile con il dies natalis di Bernardette Soubirous, della piccola veggente cioè, il cui nome sarà per sempre legato all'epopea della Lourdes amata da Messori.

E seppi anche, poichè discretamente Vittorio mi segnalò quella sua devozione, che il 16 aprile 1783 morì (o, meglio, come mi pare di ricordare, venne traslata la sua salma, fra la folla romana che lo acclamava) San Benoit Joseph Labre, "il vagabondo di Dio", altro santo seminascosto fra le pieghe della storia dei grandi, in un mondo che -come questo- stava cambiando radicalmente. Quel santo da quale, per richiamo alla sua umiltà -non certo a quella sua santità che del tutto mi manca- prende il nome questo blog.

Sì, "Benedetto Giuseppe", proprio come il Ratzinger che oggi è Papa con il nome del secolo e quello che sibi imposuit. 

sebastianomallia | Permalink | commenti (5)

sabato, 15 aprile 2006

Com'è noto, domani, su Rai Uno, in prima serata sarà trasmesso The Passion of the Christ, il capolavoro di Mel Gibson.

Il film sarà preceduto, sempre su Rai Uno, da una breve introduzione di Vittorio Messori: qualche minuto appena ma, ne siamo convinti, di sostanza. 

sebastianomallia | Permalink | commenti (2)

mercoledì, 12 aprile 2006

A margine di queste elezioni, che meritano un discorso a parte sia per cosa ha caratterizzato la campagna elettorale sia per il risultato del voto vero e proprio e le prospettive che, confusamente, si stanno dischiudendo, si sta sviluppando una interessante ed intensa discussione sul ruolo dei cattolici e sul modo con il quale essi si sono schierati.

Discussione che sta investendo il piano culturale, prima ancora che quello politico, e che promette di sconfinare anche nel campo ecclesiologico (ammesso che ci sia una linea ben netta di demarcazione fra questi livelli).

Nella blogosfera questo dibattito trova stimolanti interventi sul blog di Bernardo, mentre altrove è dato rinvenire qualche altro spunto, sulla scia di altri percorsi come quello relativo all’interpretazione da dare al Concilio Vaticano II, altro cavallo di battaglia di certa intellighenzia cattolica.

Con la forza espressiva e di idee che gli è propria, Bernardo ha dichiarato “guerra” -politica e culturale, s’intende- ai c.d. cattocomunismi o cattolici democratici che dir si voglia, nell’intento di stanarli definitivamente da un’ambiguità reale: il loro essere quinte colonne di prospettive culturali, ideologiche e, quindi, politiche (ma l’ordine dei fattori potrebbe benissimo essere capovolto) totalmente antitetiche al cristianesimo per non dire -e, anzi, lo dico apertamente- antagoniste e nemiche del cattolicesimo.

Il tempo per una resa dei conti, insomma, sarebbe finalmente arrivato, tenuto conto del progressivo svuotamento -proprio di certi approdi politici del c.d. cattolicesimo democratico- di quel poco che si riferiva all’identità cattolica (richiamo al popolarismo sturziano ovvero alla DC) e del diluirsi di queste forze in un contenitore futuro, il preconizzato “partito democratico”, nel quale è chiamato a confluire anche l’insieme degli orfani volontari dell’ideologia apertamente comunista (l’inconscio ed il metodo, invero, restano -o meglio sono rimasti- un’altra cosa).

Senza necessariamente riferirmi a quanto esprime Bernardo, ma a conclusione di una riflessione su impressioni tratte da questa campagna elettorale, vorrei anche io aggiungere un po’ di carne al fuoco (nella consapevolezza -certo- che assieme ad un numero maggiore di spunti si accompagna il rischio di apportare anche confusione), indicando qualche pericolo.

Le numerose chiamate alla mobilitazione, tipiche e per certi versi doverose, dei cattolici in questo ed in altri appuntamenti elettorali, rischiano di far passare il concetto che -come vent’anni fa- sia in atto uno scontro ideologico. Sono personalmente convinto che quest’ultimo sia sempre stato e sempre sarà un’abile trovata della politica per spingere la gente a votare, laddove invece sarebbe stato più corretto focalizzare l’attenzione sui programmi. Ma, probabilmente, idealizzo anche io l’elettorato italiano che poco sembra distinguersi dalle tifoserie calcistiche in quanto a irrigidimento -nella maggior parte dei casi- sugli schieramenti.

Il problema -intendo- è trasferire sul piano della comunità ecclesiale oltre che su quello culturale categorie politiche, pur non trascurando che è proprio della politica e del potere politico (nel suo essere autoreferenziale, tendente all’onnipotenza ed alla pervasività) porsi in contrasto con quel anche-ma non solo-potere che è la Chiesa di Cristo.

Questo trasferimento non sarebbe troppo diverso da quello che proprio i cattocomunismi o cattolici democratici hanno finito col praticare, in questi decenni, in seno alla Chiesa stessa, prospettando riforme gerarchiche ed organizzative tutte acconciate all’infecondo e conformistico costituzionalismo italiano o tratteggiando “stili” di comportamento tutti ruotanti attorno ad idee ed obiettivi propri del comunismo.

Mi è parso di leggere in questa citazione di Augusto Del Noce la chiave di quello che il cristiano avrebbe dovuto e dovrebbe evitare:

“Il post fascismo deve essere non un fascismo in senso contrario (antifascismo), ma il contrario del fascismo, (dunque libertà e non violenza)”

Sostituite alla parola “fascismo” la parola “comunismo” ed avrete ottenuto il senso di un rischio che si potrebbe correre, in politica come altrove.

In quest’ottica la risposta più efficace alle ideologie dapprima inghiottite e ora rigurgitate di questi primi anni del terzo millennio (specie quelle -dure a morire- derivanti dal marxismo, in cui s’innesta l’idea di una superiorità morale di chi le pratica destinata a rimanere anche dopo la perdita dei rispettivi apparati liturgici e simbolici) non credo possa consistere nella riproposizione di ideali politici e socioeconomici alternativi come il liberalismo (che pure, lo dico a scanso di equivoci e molto chiaramente, preferisco di gran lunga ed auspico).

Cerco di soffermarmi solo alla Chiesa -che mi preme assai più di uno Stato che vorrei veder ridotto all’essenziale- per evidenziare che la vera risposta al conformismo soffocante di quei quattro gatti che hanno fatto e disfatto la cultura cattolica, riducendola a corollario delle teorie socio economiche della gauche in questi decenni, sta nel contrapporre alla loro “modernità” (intesa come epoca storica) la “post modernità” che -intesa come opportunità- proprio essi stessi rischiano di farci perdere fuorviandoci buttando tutto in politica.

Noi cattolici -pieni di difetti e peccati- sappiamo bene che è la fede la vera scommessa da vincere, che è la sintonia fra divino ed umano in noi a darci una marcia in più ed a poterla dare all’uomo. Allo stesso modo -post moderno, cioè- è di vitale importanza il recupero di una consapevolezza forte della nostra vera storia e, se è lecito spingermi ancor più oltre, del senso genuino ed ultimo della storia.

Tutto il resto ci “verrà dato in sovrappiù”: in primis quella consapevolezza del bene morale che, sia pur divenuto un cavallo di battaglia di molte mobilitazioni degli ultimi tempi, rischia di suonare contro la libertà (sia pure la libertà falsa) dei nostri interlocutori.

Per ora mi fermo, ma il discorso -magari dopo qualche reazione- dovrà continuare.

sebastianomallia | Permalink | commenti (9)