A margine dell'ultimo sinodo di Torre Pellice, il moderatore della Tavola Valdese, Maria Bonafede, ha illustrato al TG1 delle 13.30 di ieri alcuni fra gli argomenti in discussione.
Dopo la presentazione dell'autore del servizio sul tema dell'ecumenismo, la pastora ha affrontato la spinosa questione delle unioni di fatto. Condannando, anzitutto, certe posizioni "ideologiche" che mal si sposerebbero con "la vocazione cristiana all'amore" da intendersi, sempre secondo la Bonafede, come universale chiamata superare la solitudine che è propria del nostro tempo e che, quindi, andrebbe combattuta favorendo il più possibile tutte le forme di condivisione umana.
Fra queste ultime, sottintesa, sarebbe compresa anche quella fra persone dello stesso sesso: la pastora non lo dice ma, elaborato in tal guisa il concetto ed il fine stesso dell' "amore", lo lascia chiaramente intendere.
Poco mi interessa però, in questo momento, soffermarmi sul sottinteso, essendo appetibile per la riflessione proprio l'idea di "amore" (inteso, come dovrebbe essere anche per i discepoli di Valdo da Lione, come "amore cristiano") veicolata dalla rappresentante dei valdesi.
Un 'idea che getta luce su tante cose.
Anzitutto a cosa si è ridotto l'amore in senso cristiano: un astratto rimedio contro un'altrettanto astratta "solitudine", da intendersi come la condizione di chi non si accompagna, prevalentemente con un soggetto in grado di interagire con lui o con il quale interagire.
Esagerando -ma la discesa del linguaggio sembra avere proprio queste pendenze- si potrebbe perfino affermare che anche il tubo catodico (o lo schermo al plasma, in modo più futuribile) potrebbe divenire oggetto di "amore", fornendo oggi sempre maggiore e più duratura "compagnia" all'essere umano. Con ciò volendo trascurare cani e gatti, già ampiamente compresi nell'idem sentire.
Ma è proprio questa apparente dicotomia assoluta fra amore cristiano e solitudine, su cui si basa la contro-ideologia della pastora valdese, a creare qualche problema.
È innegabile -e, probabilmente, neanche la corrosiva esegesi biblica protestante è stata in grado di metterlo in dubbio- che la più alta testimonianza dell'amore del Cristo per gli uomini ebbe a realizzarsi in una condizione di totale ed angosciosa solitudine, lungo quella via dolorosa che dal Getsemani il Nazareno percorse verso il Calvario.
Nessuna compagnia ebbe quello Sventurato (né volle averne, sembrerebbe di capire) in quel prolungato, profondo e drammatico atto di amore per il genere al quale volle appartenere fino in fondo. Piuttosto circondandosi del dileggio, del disprezzo, dell'odio e dell'indifferenza di chi, episodicamente, lo circondava.
Con quelle preziose eccezioni delle quali, tuttavia, proprio il protestantesimo al quale i Valdesi hanno subappaltato la loro riflessione teologica ha portato a sminuire il ruolo: quella costituita dalla Madre e dal discepolo preferito, figura dei santi e di coloro che la Chiesa cattolica addita come "compagni" del Cristo nello spezzare non solo della Parola, ma del pane eucaristico e della sofferenza.
E -volendo ancora affondare il coltello nella piaga non per infierire, bensì per evidenziare con la critica più schietta i veri temi sui quali bisognerebbe "dialogare"- non sembra casuale, nella "evoluzione" verso una realtà come la nostra in cui la solitudine sembra farla da padrona, il contributo proprio della teologia subappaltata di cui si diceva, in cui viene espunta -con il disprezzo della prima ora di un Lutero- ogni mediazione umana; in cui l'asetticità (sin da quei templi che sono la spia stessa di un certo modo di intendere la fede) permea ogni approccio verso il Divino; in cui, in ultima analisi, il confronto viene visto in cagnesco, raccomandandosi -per contro- il solipsismo sin da quel momento doloroso per eccellenza che è l'esame e la revisione della propria condotta.
Solipsismo che, come da dibattito sinodale, oggi si raccomanda di superare abolendo i presunti "steccati ideologici" (da che pulpito, verrebbe da dire, viste le presenze a Torre Pellice di tanti habitués della politica e dell'ideologia, non ultimo un Valdo Spini) contro le unioni di fatto, occasionali o transeunti che siano.
Unioni in cui la precarietà.... dell'unione (se vogliono, i maliziosi possono intenderla anche con la lettera maiuscola) è il connotato principale, voluto, praticato e sbandierato come adatto ai tempi ed ai modi d'essere dell'uomo di oggi.
Unioni in cui, alla fine, ci si sente più soli.