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venerdì, 22 dicembre 2006

"Questa generazione....."

Ho trovato la pagina web di Avvenire, firmata da Francesco Agnoli, e letta altrove da qualche amico blogger, nella quale è recensito il libro-confronto scritto da Umberto Veronesi e Giulio Giorello, questi due "campioni" (nel senso sperimentale e non sportivo del termine) di quella che essi chiamano "laicità". 

Riporto qui di seguito il passaggio di Veronesi che mi ha colpito di più:

«E perché non provare a immaginare per i tempi futuri – si chiede l’illustre oncologo – piccoli gruppi che si riproducono e si diffondono per clonazione?» (p.83).

Non voglio -nè posso, meglio di Agnoli- commentare quanto egli riporta del libercolo.

Ma non posso non legare a quella che, da sbeffeggiare o meno che sia come tante altre affermazioni (inclusa quella per la quale gli elefanti pregherebbero...), è una prospettiva che da anni mi inquieta e che nasce dalle parole di Gesù stesso con riferimento alla fine dei tempi: 

"non passerà questa generazione, prima che accadano tutte queste cose".

Orbene: non è il "passaggio" di questa "generazione" -quella in cui la riproduzione si lega all'incontro fecondo fra due persone di sesso diverso- quello a cui allude nel libri uno scienziato, uno che probabilmente non è slegato da certi "giri" potenti economicamente e mediaticamente (come quelli, per intenderci, che appoggiarono il referendum sulla legge 40)?

Non sarà -e confesso che la cosa mi tormenta- che, in un futuro forse non troppo lontano, a quest'affronto fatto al Creatore conseguirà l'avverarsi di una delle più inquietanti ed oscure profezie di Suo Figlio?

Conigli ruggenti

Ho appreso dalla radio della morte di Welby.

L'amico che mi accompagna in tribunale incappa, con la ricerca automatica dei canali, in RadioDue proprio mentre inizia il fortunato "Ruggito del Coniglio". I due dissacranti conduttori si buttano a pesce sulla notizia quando, però, Cappato, Bonino e soci non hanno ancora chiarito di averla fatta staccare, loro, la spina.

Così ironizzano (ma non dovrebbero essere fra gli "amici della scienza, contro l'oscurantismo della religione"?) sul parere del giorno prima del Consiglio Superiore di Sanità secondo il quale -su Welby- non era in corso alcun accanimento terapeutico: "come volevasi dimostrare", "per l'appunto", lasciano intendere i due, presumendo che il presidente della Luca Coscioni fosse morto "da sè" e come se, in pratica, tutto quanto fatto fino ad allora fosse accanirsi su quel malato senza speranza.

Eh no: non è stato così, parola dei Radicali in aperta conferenza stampa con tanto di lacrima.

Tornando ai medici del Consiglio superiore di Sanità, mi consolo: per simili questioni, i pareri che davvero contano non sono affidati ai conigli. Per quanto essi, da improvvisati pulpiti, capiti di "ruggire".  

giovedì, 21 dicembre 2006

Adesso che Pier Giorgio Welby si trova all'esclusivo cospetto del Mistero -dal Quale ed al Quale, sin dal concepimento, è stato consegnato, come tutti noi del resto- adesso, e solo adesso, capirà quale senso ha avuto (o poteva avere: non spetta a noi giudicare) la lunga sofferenza che egli ha dovuto patire.

Ad un cristiano, aldilà delle implicazioni morali di questa vicenda, aldilà dei profili giuridici e giudiziari che essa assumerà, aldilà di certo rancore un po' caricaturale contro "i partiti" che non si sarebbero curati di lui e del suo caso (la mia vita, la vita di chi sta leggendo, la vita di tutti, affidata ai "partiti": che "orizzonte"! che "respiro"! che "prospettiva"!); aldilà di tutto questo, dicevo, ad un cristiano questo "soffrire per poi, in fondo, solo morire", questo "soffrire al fine di morire", richiama un baratro, un fossato insuperabile, un dramma che incute rispetto e che ci porta al rispetto di chi lo vive.

Un dramma che la Fede in Chi ha riempito quel fossato tuffandosi come se, ad aspettarLo, vi fossero le braccia di un Padre, un fossato che solo questa Fede ci permette di considerare come il catino di un mare di una Vita senza fine e senza sofferenze, di una Vita che ci meriteremo anche grazie al nostro e l'altrui dolore per amore.

In Cristo, anche il dolore di questo Prometeo ha avuto questo senso.

Almeno questo.