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sabato, 21 aprile 2007

Il Partito democratico.

Siamo di fronte ad un fatto “storico” (la cui “storicità”, per definizione, andrebbe vagliata dopo e non certo prima che il fatto accada) o, ancora una volta, si tratta del solito tourbillon che solo la politica, quest’arte di rimescolare sempre le stesse carte, sa mettere in piedi?

Insomma: a quali rischi può portare la fusione fra gli eredi veri del marxismo (quelli che, cioè, hanno tratto le limpide conseguenze dalla fine del comunismo, trasformandosi in un partito radicale di massa) e coloro i quali, da anni all’inseguimento dei primi e di altre istanze della modernità, hanno via via fatto confluire loro stessi ed altri in quel mix di azionismo, giacobinismo temperato, religione repubblicana e cattolicesimo progressista che è, allo stato, il contenitore chiamato Margherita?

Niente politica qui, come detto: pur riconoscendo che l’operazione apre scenari di difficile lettura nel futuro degli assetti del sistema italiano, c’interessa capire come ciò potrebbe influire su tutto quanto farà cultura e, in particolare, cultura ecclesiale.

Solo un ingenuo, infatti, può pensare che la vita culturale di questo Paese rimarrà ciò che era e non sarà neanche sfiorata da questo evento: vuoi perché, come qualcuno (del quale, prima o poi, bisognerà pure che parli) ha osservato, il confronto degli anni passati fra DC e PCI -paradigma religioso, culturale oltre e prima che politico- finisce così, finalmente, con il dissolversi; vuoi perché -in questi ultimi anni- il riflusso di rinnovato interesse verso l’attualità politica ed il coinvolgimento della Chiesa, ci portano (molto più che in un recente passato) a considerare l’impatto di questi avvenimenti sul costume, come sulla cultura e, perché no?, anche sull’essere Chiesa.

L’operazione, è bene dirlo per onestà e chiarezza, non sembra foriera di prospettive confortanti per i convitati cattolici (sia pure sedicenti “progressisti”) di questa grande “tavolata” in allestimento. Per un motivo, se vogliamo, analogo a quello che preoccupa la polarità sinistra del PD: il dissolversi, nel processo di rimescolamento e di sintesi, in misura maggiore o minore, dell’identità cattolica e della (sempre confortante) prospettiva di sapere che essa è pur sempre un “campo-base” al quale poter tornare durante lo svolgimento di qualsiasi impresa, anche la più ardita.

Come, cioè, il rischio per i DS è quello di perdere non tanto e solamente dei pezzi, quanto quel poco che rimaneva di un ancoraggio alla propria “tradizione” (intendendo con essa schematismi, un linguaggio, una liturgia ben precisi), così per i cattolici dei DL è in palio l’approdo alla dottrina sociale della Chiesa, da rimettere ancor più a rischio non più con una semplice alleanza, ma con un vero e proprio processo di fusione con il radicalismo chic, sia pure ancora in elaborazione come “pietanza” ad uso e consumo delle masse.

Con una differenza di fondo: sia pure accomunati ai post comunisti da un processo, durato alcuni anni, di progressiva nebulizzazione della propria identità d’origine (i DS verso il radicalismo detto, i cattolici progressisti e c.d. democratici nel loro far tutt’uno, nella Margherita, con le istanze azioniste e giacobine) e dal dover rendere conto (sul piano culturale, prima che politico) alle loro “chiese d’origine”, i cattolici dei DL hanno molto da perdere e quasi nulla da guadagnare.

La porzione diessina del PD, infatti, è pronta a mutuare (anche, se non soprattutto ed opportunisticamente, in una funzione “corrosiva” di cui l’evento descritto nei due post che precedono è significativo esempio) proprio quel linguaggio, quegli argomenti, quelle battaglie che, in fondo, hanno fatto e fanno tanto il cattoprogressismo.

La fusione con quest’ultimo consentirà, insomma, di poter condividere una leadership politica e culturale in alcuni cavalli di battaglia: pacifismo, terzomondismo, lotta alle povertà, assistenzialismo sociale. Sarà ipotizzabile perfino un utilizzo, rese le rispettive “eredità” comuni, dell’agiografia tipica del cattolicesimo progressista, con il richiamo ideale ed evocativo loro proprio.

Tutto quanto, insomma, oggi forma oggetto -da anni- del veltronismo, del bagaglio -insomma- comunicativo di colui il quale sembra davvero il leader naturale, l’avanguardia, di questa “nuova” sinistra italiana.

Con il vantaggio, per questa leadership e per l’ala sinistra del nascente partito, di riuscire a “scippare” in tal modo e con simili argomenti molte cartucce ad un altro di oscuro che, prima degli altri, aveva capito molte cose, tentando di “rifondare” (anche, se non soprattutto in questo senso) il comunismo: Fausto Bertinotti.

Senza contare -e sarebbe questa, sempre culturalmente parlando, una bella domanda da porre, per evidenti motivi, a Luigi Bobba ed al Cardinale Camillo Ruini- un non trascurabile dato: verso quali sponde confluirà quella parte del volontariato cattolico che, ispirandosi a quei modelli di cui s’è detto e sentendosi vocata a farlo, vorrà dedicarsi alla politica? Con quali corto-circuiti?

Non è che uno dei possibili “inconvenienti” per la cultura ecclesiale.

L’altro, e di non pochissimo momento, è il feedback corrosivo al quale ho accennato.

Poche cose come il senso dell’ “appartenenza” politica -specie in un Paese come il nostro, in cui più spesso si “tifa” per il proprio partito- è stato in questi anni fonte inesauribile di “grane” ecclesiali, di disorientamento a vari livelli, non ultimo quello alla base stessa degli organi ecclesiali, inclusi quelli che fanno “cultura”.

Non è difficile ipotizzare che, a molti, “toccherà” difendere anche su questi terreni (per appartenenza o solo per simpatia politica) cose indifendibili in una prospettiva autenticamente (e non solo socialmente) cattolica, con le inevitabili lacerazioni o, quanto meno, smagliature.

Sembra tanto, insomma, che -da Firenze e da Roma- non sia stato lanciato un vero e proprio guanto di sfida.

E non necessariamente a Berlusconi ed ai suoi corifei.

lunedì, 16 aprile 2007

Eccola qui la vicenda di cui ho parlato nel post precedente: nel resoconto di Andrea Tornielli su Il Giornale del 4 aprile scorso c'è quasi tutto.

L'Arcivescovo di Madrid è intervenuto per chiuderla ed è così scattato il "soccorso rosso": si sono fatti il sito profittando della esse dopo il nome del Santo che, se non fosse impegnato dalla sua beatitudine in Cielo, si rivolterebbe volentieri.

Ci sguazzano un po' tutti da un paio di settimane, chiededosi persino perchè Mons. Rouco Varèla, il Cardinale di Madrid, non si sia recato da loro a "dare spiegazioni" della chiusura. Come se dovesse darle lui, le spiegazioni, magari in un'assemblea permanente: chissà se lo avrebbero trattato meglio di Bertinotti....

La vicenda non meriterebbe altra pubblicità, neanche indiretta, se non per due appunti.

Il primo è sul TG3, la cui tempistica (il servizio sul fattaccio trasmesso la vigilia di Pasqua) la dice tutta sulle intenzioni della testata.

Il secondo è su qaunto è "consacrato" in quella parrocchia: hanno fatto più scalpore del biscotto da me citato le ciambelle utilizzate per l'Eucarestia. Un bel "segno dei tempi": a quei poveri, così tali da portare per la "consacrazione" dolciumi al posto del pane, manca davvero "qualcosa": quanto è rappresentato dal buco delle loro improvvisate "ostie".

sabato, 07 aprile 2007

Il TG3 ha appena "celebrato", a suo modo, la Pasqua dei cattolici.

Per capire come, basta solo la coda del servizio andato in onda poco fa su una comunità che, a sentire il sottofondo tradotto, è probabilmente spagnola.

Lo sfondo è uno stanzone disadorno, con sedie di plastica bianca incolonnate una sull'altra, appena messe da parte.

Unica "concessione" agli occhi della carne un telo che raffigura, almeno nelle intenzioni dell'autore, la crocefissione vista "da dietro" la croce, con un particolare: manca la croce e manca anche quanto, nella pietà e nel pudore, viene sempre rappresentato attorno ai fianchi del Crocifisso, a coprire e cingere la parte del corpo che, nuda, vi viene raffigurata.

Nei pochi minuti del filmato, il cameramen inviato dalla RAI indugia due volte sull'affresco, infierendo.

Il sonoro spiega che il "parroco", nel celebrare, si rifiuta di indossare i paramenti. L'omelia è -manco a dirlo- "partecipata": in un tavolaccio gli unici orpelli sono i microfoni che, copiosi, anneriscono l'improvvisato "altare", attorno al quale siedono molti parrocchiani, intenti a "concelebrare".

Ripreso con il suo fare deciso, il "parroco" spiega di aver più volte consacrato non ostie ma semplice pane e, una volta, persino "un biscotto": un modo per rendere la dolcezza di Gesù?

Una signora (sulla cinquantina e forse oltre) chiude il servizio esaltando la sua comunità: animatamente e con voce sostenuta si vanta della "genuinità" di questa loro "partecipazione".

Allo sfumare delle immagini neanche Bianca Berlinguer, che conduce il notiziario delle 19.00, riesce a trattenere un sorriso, non si sa se di compatimento o di scherno.

*     *     *     *     *

Quale contrasto, penso prima di essere spinto a forza davanti a questa tastiera, con i pensieri di questi giorni. Con la meditazione delle letture della Coena Domini e di quella continuità fra Antica a Nuova Alleanza, quella fedeltà delle analogie: l'agnello immolato, il sangue sugli stipiti come a prefigurare quello sulla croce; il pane non lievitato; il cingersi dei fianchi del Celebrante con un drappo bianco, prefigurazione non solo dei paramenti di un rito d'amore, ma anche di quanto cinge tutti i crocifissi salvo quello di poco fa, quello in cui l'Appeso (possa perdonarmi) viene preso, letteralmente, per i fondelli. Ancora una volta.

Quale contrasto con la scena di un Dio, di Uno che sta sempre sopra, ma che -per una volta, ma una volta sola- si inchina a lavare i piedi dei suoi discepoli, quale contrasto -pensavo- con la scena di un sacerdote che si rifiuta sistematicamente di svolgere il suo ruolo, il suo compito, la sua vocazione, di modo che -quella volta, il Giovedì Santo- possa capirsi meglio il gesto umile ed infiammato di passione del suo Signore. E quale contrasto fra il Pietro che si rifiuta di farsi lavare i piedi, tremante davanti a quel Dio che si china verso di lui, e questo gruppo di "discepoli" che vanno fieri d'essere e di essersi egualizzati al loro sacerdote e di avere anche loro un microfono per riempire con le loro parole, delle loro private spiegazioni, il tempo che andrebbe dedicato all'ascolto. 

Quale contrasto quel pane spezzato, asciutto e magari "salato" con il "biscotto" di cui sopra, simbolo intollerabile di un sacrificio edulcorato, ridotto a snack inoffensivo, come può esserlo solo un memoriale in cui si vuole deliberatamente perdere la memoria di tutto quello che è successo.

Potrei anche continuare: la sala dai bei tappeti, contrapposta al magazzino squallido; il volto rigato dal sangue, scambiato -da veri cialtroni, e pure stronzi, che vergognosi si rifiutano così di vederlo- con quello che soprattutto i figli del diavolo amano offrire alla vista dell'altro; l'altare del sacrificio ridotto a postazione da conferenza-stampa: roba da far scappare via, inorriditi, quegli angeli che il Cardinale Biffi ci dice presenti e festanti, ogni volta che si dice Messa.

*     *     *     *     *

Persino Cristo, il Figlio del Dio vivente, volle essere fedele alle Scritture, al patto che prese con Israele, riproponendo nell'ultima cena la scena del sacrificio della Pasqua mosaica: poteva rifare tutto a suo modo, Lui, che -invece- ci ha insegnato questa continuità che è segno, profumo dell'Eternità stessa.

Lui che così fece, ben vedendo che un giorno alcuni suoi "discepoli" si sarebbero rifiutati con spocchia di essere fedeli alla Sua memoria.

Ben sapendo, mentre perdonava anche loro dalla croce che essi hanno rimosso, che non avrebbero saputo quanto avrebbero fatto. 

sebastianomallia | Permalink | commenti (12)
liturgia, tempi