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giovedì, 28 giugno 2007
Nell’ascoltare la radio, adotto poco le mezze misure: o Radio Maria o, all’estremo opposto della schermata dell’autoradio, Radio Radicale.
Il lungo viaggio per un’incombenza professionale diventa così l’occasione per ascoltare “Stampa e regime” la storica rassegna stampa radiofonica dei radicali, affidata da anni alla rauca voce -e non solo- di Massimo Bordin.
Il quale, all’alba del Veltroni Day, gira attorno all’evento da par suo, affrontandolo solo alla fine e trovando il tempo ricordare padre Giancarlo Bossi.
L’incipit è il minuscolo box che Repubblica dedica all’aggiornamento sulla vicenda del missionario italiano sequestrato nelle Filippine, di pari collocazione e spazio rispetto a quello che, nella stessa pagina, la cricca di Ezio Mauro dedica ad un’altra importante notizia: il rifiuto dei grandi magazzini britannici di commercializzare gli ortaggi prodotti dal principe Carlo d’Inghilterra…
È qui che il Bordin quasi s’indigna, ricordando ai suoi colleghi giornalisti la truppa di simone, mastrogiacomi e sgrene varie per le quali lo spazio sui media fu certo di gran lunga più cospicuo.
Per i radicali, vivaddio, padre Bossi è resta –anche nella giungla in cui è nascosto dai terroristi- almeno un italiano per la cui sorte trepidare.
 
Di ritorno con l’auto, a 37 ° C, dalla suddetta incombenza, risintonizzo l’autoradio sull’ “organo della Lista Marco Pannella”, mentre va in onda il torrenziale radiogiornale.
Ma l’argomento che si approfondisce mi lascia perplesso: Benedetto XVI e l’innalzamento del quorum per l’elezione del successore di Pietro.
Il senso di gratitudine per quanto ascoltato la mattina (a questo, infatti, ci si sente portati nel generale silenzio sulla sorte del missionario), non può certo esimerci dall’osservare che questo interessamento per le cose “vaticane”, per il funzionamento della Chiesa, per la “successione apostolica”, non sono certo cose da “laici puri e duri” come pure i radicali orgogliosamente dicono di essere.
Che gl’importa, insomma, degli equilibri ecclesiali, di come si eleggerà il papa, di quanti cardinali dovrebbero votarlo? Non sono queste cose da devoti?
Né si dica che, in fondo, ci si occupa del “governo di uno Stato estero”: nei loro altolà ad ogni dichiarazione di porpora o pastorale su temi etici e non, i pannelliani (a questo, sfrattato anche Capezzone, si sono ridotti i radicali) si fanno forti dell’idea di “una religione che s’intromette nelle scelte dello Stato italiano”, del quale vorrebbero lasciare intonsa la “laicità”, come almeno essi l’intendono.
Orbene, non è questo parlar di conclavi una “ingerenza” di tale loro “laicità” su temi che un cattolico sente, innanzitutto, come temi principalmente “religiosi” (la successione di Pietro lo è sicuramente, con quello Spirito Santo che si considera Protagonista anche in questa occasione)?
Non è, per altro verso, tale interesse un modo per riconoscere che la Chiesa non è solo una “appartenenza privata” del singolo, ma che le sue “cose” hanno rilevanza ed interesse “pubblici”?
O se ne occupano, coerenti come vorrebbero essere, come ci si occuperebbe di gossip?
 
È proprio vero che il mondo non è tutto bianco o tutto nero: anche il radicale porta dentro di sé le sfumature del grigio.

sebastianomallia | Permalink | commenti (2)
attualitĂ , tempi

lunedì, 25 giugno 2007

Stiamo parlando, è ovvio, di Padre Giancarlo Bossi, il missionario italiano finito nelle mani dei fondamentalisti islamici flippini settimane fa.

Sì, lo so: non è afgano, ma italiano.

Ma i media italiani, non ci hanno -giustamente fino ad un certo punto, direi- tambureggiato (allarmatissimi) con la vicenda di Ramatullah Hanefi, il mediatore amico di Emergency, che aveva lavorato per la liberazione di Mastrogiacomo, per poi finire sotto inchiesta dal Governo di Karzai (quello stesso governo, per intenderci, che "sicuramente" -stando a certi media e politici nostrani- lo avrebbe poi giustiziato), liberato qualche tempo dopo da un giudice afgano dello stesso regime-voluto-ed-imposto-dagli-americani?

Il pericolo di Hanefi, insomma, era più un bollone di sapone, gonfiato dal patetico sospetto di certi ambientini nostrani. Quello in cui ancora si trova Padre Bossi -affidato dal nostro governo alla rinomata, direi quasi leggendaria, efficacia e prontezza dei servizi di sicurezza filippini...- pare molto più serio e concreto.

Insomma, per i media italiani, i missionari italiani sono cittadini.... afgani di secondo livello.

mercoledì, 20 giugno 2007

Non posso farne a meno: all'indignazione crescente, alla preoccupazione sempre più rattristata e rassegnata, al sentimento di amara ilarità per certe uscite del suo carnefice, il sottoscritto assomma un velo di inconscia nostalgia mista a tristezza per la chiusura di Radio Caracas Television.

E' che, per dodici anni (facciamo sette, escludendo la primissima infanzia), quella televisione è stata l'unico punto di riferimento mediatico per il sottoscritto, nato -per l'emigrazione dei genitori- in quel Districto Federal che era (e chissà, viste le derive sovietizzanti odierne, se sarà ancor oggi) la capitale venezolana.

Niente di chè, intendiamoci: massiccio ricorso alla telenovela (con quelle sue sconcertanti altalene fra scenari naturali mozzafiato e patetiche scenografie di cartone compresso); vecchi -anche vecchissimi- telefilms americani in riproposizione perpetua; culto dello sport nazionale (il beisbol, variante creolla del baseball, con frequenti dirette -da buona dependance dell'Impero- dalla Casa Base per le World Series, le finali americane di questa disciplina); cronaca imperante in contesti politicamente insignificanti (salvo che quando c'erano le elezioni, le sole capaci di dividere gli adecos -socialisti- dai copeyanos democristiani) e comicità ruspante, da barrio, a similitudine di molte produzioni locali nostrane.

Visitando il sito di Radio Caracas, giorni fa, intravedevo immagini familiari di una storia (giocoforza usata per evitare, o rinviare, la chiusura) che, in fondo, è stata molto anonima: quella del Venezuela, prima che questo nuovo caudillo venisse a monopolizzarla e stravolgerla, proiettandola nel panorama internazionale ben più di quanto non abbia fatto il petrolio (materia che però si presta più a nascondere che a rivelare).

Questa irrazionalmente triste storia di RCTV è, in fondo, una metafora efficace di un Paese che pare avere nel suo dna il "non essere abbastanza": non troppo continentale, caraibico com'è, per appartenere al Sud America, nè troppo caraibico -con quelle Ande che in esso finiscono e con quella foresta amazzonica che proprio lì inizia- per pensare di poterlo estrapolare dal continente; non così "americano", "yankee" da riuscire a resistere al vento del marxismo, ma neanche così tanto aperto all'ideologia da "cadere" nella trappola del socialismo reale insieme agli altri, ma solo "tardi", "ora".

Ma quale "socialismo"? Quello imbottito della retorica bolivariana, che ha paura di staccarsi dal suo passato; quello che si rifà a Jesus Cristo, pur minacciando la Chiesa; quello che gli affari con gli USA continua a farli, eccome, alla faccia degli esorcismi al Palazzo di Vetro del comandante supremo che tracima in ore ed ore di dirette televisive?

E’ rimasto, in fondo, così, il mio Venezuela: incapace di cambiare, perché incapace di imboccare una strada che sia una e che rimanga quella, per almeno un po’ di tempo, giusto per vedere (almeno una volta!) come va a finire. Incapace forse perché distratto, disattento persino alla sua stessa storia: che c’azzecca un creollo liberale e paramassonico come Bolivar con il Che e con Fidel?

Creollo, “meticcio”, insomma, questo atteggiamento venezolano, nell’anima oltre che nel sangue, tanto da essere persino contagioso per chi –occasionalmente- lo visiti: vedi il reportage (corredato da splendide quanto struggenti foto, almeno per me) che compare ogni tanto su un magazine virtuale di Alice.

Eppure, le splendide foto sono state scattate da un sito che apertamente schierato con prospettive simpatizzanti con Chavez: il testo però ondeggia fra la netta percezione di una decadenza infinita, post sovietica nel suo essere pre sovietica, e l’occhiolino alle iniziative demagogiche del “legittimo dittatore” di tutti i venezolani.

Si, davvero una triste storia quella di una Tv “capitalista” che chiude per dar vita ad un’altra Tv “socialista”: cambierà tutto, ma perché in fondo, rimanga il nulla di sempre.