Veltroni il “grande comunicatore” e il “leader emozionale” della “nuova politica” (almeno a sinistra).
Di tutto questo gran parlare sul Sindaco di Roma, m’interessa fino ad un certo punto il dato politico: ho già avuto modo di dire, riferendomi alla collocazione naturale di questo “leader”, che esso conta fino ad un certo punto, almeno fin tanto che la legge elettorale (e tante altre cose) rimarranno quelle che sono.
Di politico -sul piano tattico- c’è solo un dato: l’operazione Veltroni ha tutta l’aria di essere stata buttata lì per “reagire” alla nuova ventata della cosiddetta “antipolitica”. O, se vogliamo, per dare un segnale deciso a chi lo aspettava “attivamente” da tempo. L’ondata s’è chetata, Eolo è ritornato ai suoi motori e, per ora, siamo rifluiti nella quotidianità.
Motivo di più per tornare a quanto, credo, va evidenziato e cioè: è proprio di un “grande comunicatore” che si sente il bisogno o di qualcos’altro?
Perché mai -al Montezemolo- Veltroni “è piaciuto” e tutt’un tratto (il “noi” è improprio, lo so, ma dà l’idea) ci ritroviamo, immersi come siamo nel flusso mediatico, ricondotti ad una nuova “speranzosa” attesa, noi ch’eravam fino a sette giorni or sono sì soffocati -quasi da parìa- dall’insopportabile giogo della “casta” che ci governa?
No, non credo sia bastato l’ennesimo più o meno grande “comunicatore”.
S’è avanzato, invece, un “sintetizzatore”, il “semplificatore” di cui -specie in quella parte dello schieramento, non solo politico- si sente il bisogno, a tutti i livelli.
L’assise del Lingotto è, sotto questo punto di vista, l’operazione-simbolo.
In quel discorso non è stato, puramente e semplicemente, il Sindaco di Roma a snocciolarci il suo “manifesto” politico-programmatico; non è stato lui a comunicarlo a noi.
È stato l’insieme di tanti contenuti, anch’essi filtrati, semplificati in slogans di maggiore o minore impatto, di superiore od inferiore contenuto identitario, più o meno diluiti nell’acqua inodore ed insapore, ad incarnarsi in quella figura d’uomo, ad “iconocizzarsi” in quel volto, in quella cantilena, in quei modi garbati e decisi.
E, naturalmente, poco importa che questi contenuti siano in fondo quelli di sempre, e che quelle parole siano state, neanche troppo in fondo, già sentite tante altre volte.
È stato offerto in pasto al consumatore della politica -e non solo- un nuovo pacchetto, una nuova sintesi: rassicurante perché scontata nei suoi contenuti ma, al tempo, suadente come un auto -nuova nella carrozzeria- da provare.
Dimenticheranno tutti due ore di promesse e propositi, eccitati per poter provare anche quest’altra soluzione; dimenticheranno di chiederne conto, per un po’.
Non perché lui piaccia o perchè potrà piacere, ma perché, assorbendo tutto, ha “semplificato” per un po’ le cose, fosse anche perché ha semplificato il futuro o, almeno, la percezione che di esso abbiamo.
Un sollievo, insomma, un attimo di respiro dall’assedio di mille disservizi e centomila figuranti messi lì a marcare la loro impotente e volontaria inutilità. Un time out dall’angoscia di sapere quali enormità ci sovrastano minacciose e quali nullità, politiche sì, ma anche medianiche e culturali, stanno lì a far finta di affrontarle.
“I have a dream”, direbbe il nostro: speriamo che questo non sia l’ennesimo “reason’s dream”, quello che, sempre traducendo maccheronicamente, potrebbe tramutarsi in un “monsters maker”.