Come non trarre auspici densi di significato dal gesto di ieri di Papa Benedetto XVI di celebrare il battesimo nella Cappella Sistina davanti all'antico altare della cappella e con lo sguardo non più rivolto all'assemblea ma al tabernacolo?
Ci hanno detto che questa celebrazione "di spalle" sarebbe roba apprezzata da "nostalgici" eppure -fra i tanti che l'abbiamo apprezzata- ci siamo noi, per i quali una nostalgia non è pensabile, essendo stati battezzati piuttosto dopo che i sacerdoti si erano "rivolti verso il popolo".
E' questo uno dei punti, aldilà del dibattito liturgico, dei presunti tradimenti conciliari, dell'ennesima occasione per dare bacchettate al Pastore universale: quattro decenni son passati nella convinzione di quanto fosse obbligatorio, al punto da sembrare oggi soffocante (per come ci viene imposto, siccome "orizzonte insuperabile"), questo muro costituito dagli occhi, dal volto, dalle braccia aperte a comprendere del celebrante, rivolti solo, sempre e comunque verso di noi, pendenti dalle sue labbra, pronti ed avidi a percepire ogni sua parola umana, quand'anche fosse per giudicarla, anche apprezzandola.
No, non può essere solo questo, il Mistero dell'Eucarestia che si fa davanti ai nostri occhi: non può essere solo un uomo come noi da cui ci viene tutto, la Parola e le parole, il Pane spezzato, la benedizione....
Non può essere perchè i secoli ci avevano tramandato anche altro: un uomo che ascolta come noi l'Ignoto, un uomo come noi sì, ma che ci guida in uno spazio imprevisto ed invisibile, un uomo cha ha anche spalle da seguire, non solo occhi e bocca da interpretare.
Questo condurci verso Dio doveva essere -e lo è stato per secoli- immagine di chi, dovendo seguire il Maestro, ha sì bisogno di fermarsi, vederLo parlare, incrociare il Suo sguardo, ma anche si lasciarsi condurre, di saperlo non indietreggiante incertamente, come uno che tema di perdere qualcuno o qualcosa, ma deciso e spedito nel suo passo, come chi ha l'ansia di attraversare, con lo spazio, il tempo che scorre con le sue urgenze.
Si, certo, ci potrà essere distanza -in questo camminare spediti- fra Lui che si è posto a nostra Guida e noi che inciampiamo, ci affanniamo nel seguirLo. Ma intuiamo di muoverci, di andare oltre: intuiamo e sappiamo che -quando egli si volta e se dovessimo restare indietro- Egli manterrà la promessa per venire a cercarci, laddove dovessimo impantanarci ed impigliarci. Intuiamo che, nel cammino senza posa al seguito di Chi ora ci volta le spalle, nel Suo muoversi a consolare un'umanità malata ed assetata, ci sarà sempre spazio e tempo per fermarsi con Lui a riposare o, semplicemente ed umanamente, per rendersi conto che Egli vuole salvare anche chi ha più bisogno di noi; per renderci conto che ha più bisogno di noi.
Quel prete che (magari ogni tanto, non sempre) ci volta le spalle -che sembrerà raccogliere Ciò che c'è dietro l'altare ed il muro che ci sta davanti e che sta davanti a lui-, quel sacerdote ce Lo farà vedere (potrà farceLo vedere, anche dando le spalle a noi) per poi girarsi ed offrirLo, Pasto venuto dal Mistero, dall'Invisibile. Ma pasto che precede il penultimo tratto di strada da seguire con la visione delle spalle, il Gestemani e poi, ancora, l'ultimo in cui le spalle si ricurvano, mostrando la Croce.
E, magari, non saremo più -come da tanti anni a questa parte- Chiesa che si contempla per compiacersi come per crogiolarsi; chiesa in cui gli occhi di un pastore -riflettendo la visione delle sue pecore- sa fotografare e distinguere quelle alla sua destra e quelle alla sua sinistra.
Chiesa che -nel compiacersi come nell'autocommiserarsi- sembri avere l'aria di aver smarrito la propria strada, pur avendola lì davanti.