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giovedì, 21 febbraio 2008

Altrove, ne sono consapevole, gli argomenti e le considerazioni sono molto più alti che non in questa umile magione. Allego, pertanto, questo testo di un caro visitatore (chissà cosa ci troverà mai da queste parti) di questo spazio.

E, tanto per non imbrattare la bellezza del testo che segue -e la sua cattolicità pari all'umiltà di chi lo ha scritto- mi premurerò di aggiungere qualcosa, più tardi, ma solo fra i commenti.

Aggiungo e chiudo solo dicendo che, se resto innamorato della blogosfera cattolica, è anche perchè vi fanno capolino uomini e cristiani come Luigi Puddu, l'autore di quanto state per leggere.... 

.... la questione dell’altare “versus populum” difficilmente può coincidere con quella della “comune partecipazione alla mensa eucaristica”, né si può risolvere dicendo, come nei nostri gruppi giovanili, che “Gesù non ha costruito un ara sacrificale; si è messo a tavola con i suoi”.

Così si rischia di confondere il “segno profetico” (il pane e il calice del vino), l’ “evento fondatore” (il sacrificio della Croce) e la “reiterazione rituale dell’evento fondatore” (l’Eucaristia); la celebrazione eucaristica “prende” i segni profetici e li inserisce in una sequenza rituale che ci incorpora nel Sacrificio che ci costituisce. La Messa non è dunque la ri-presentazione dell’Ultima Cena, ma del Mistero Pasquale in toto (Croce – Risurrezione – Ascensione - Pentecoste). Ratzinger teologo (Festa della Fede) analogamente diceva che l’Ultima Cena detta il contenuto dogmatico dell’Eucaristia (l’istituzione, per usare un termine che oggi non piace), ma non la forma rituale.

Qual è la via di uscita “rituale”? Direi che la via d’uscita è proprio la dimensione “rituale”. E qui soccorrono l’etnologia e la fenomenologia della religione (in singolare convergenza con il dato dogmatico): un pasto rituale non è irrelato, ma dice sempre dipendenza da un sacrificio.
Come la tradizione cristiana ha recepito questa evidenza e l’ha iconizzata? In modo multiforme, certo. Ma l’iniziale tavola del Signore (non una tavola qualunque, ma sempre “dedicata”), anche quando era semplicemente tale, si è sempre pensata in comunione con l’avvenimento della Croce. Poi, a conferma, è venuta la scelta di erigere l’altare sulla tomba di un martire, cioè di chi più di ogni altro è stato esistenzialmente unito alla Croce di Cristo: ed ecco esplicitarsi il suo carattere di “ara del sacrificio”. Il progressivo “innalzamento” dell’altare non è stato, dunque, una perversione del primitivo celebrare (come sostiene un tedioso cliché), ma il recupero cristiano di un significato (ancora latente, per mera contingenza storica) ad un tempo pre-biblico, biblico e cristologico: l’altare come “luogo elevato”, dove avviene l’incontro decisivo tra la trascendenza del divino e il legame con l’umano (il Crocifisso stesso è innalzato).

È stato dunque il provvidenziale approdo all’autentica teologia liturgica dell’altare cristiano: in Cristo (altare, vittima e sacerdote) esso è inscindibilmente “ara del sacrificio (= la Croce)”, “mensa del sacro convito”, “santo monte della definitiva alleanza tra Dio e l’uomo”.

Che c’entra tutto questo con il “versus populum”? Il problema sono le discrasie generate dall’incongrua ricezione di questa modalità celebrativa.

È modalità celebrativa comunionale? Certo! Ma il pasto rituale, all’origine, non aveva la disposizione che noi moderni usiamo per pranzo e cena (che vediamo raffigurata nella Cena leonardesca e, con piatta e banale riproposizione, nelle messe di certi movimenti religiosi attuali): aveva un “capo-tavola”, decisamente più cogente.

E comunque “altare verso il popolo” non necessariamente significa (come in una acritica acquiescenza a ideologie assembleariste, orizzontaliste, negatrici del trascendente …) né altare “in mezzo (geometricamente parlando)”, né altare “sbattuto in faccia”.

È forse venuto il momento propizio di necessari radicali correttivi (nella mentalità e nelle realizzazioni), che la tradizione - non tanto e non solo “tridentina” - conosce bene: tanto per iniziare, l’intima connessione con il Crocifisso (iconostasi latina, la definiva Ratzinger teologo), il rilancio del presbiterio e delle soglie di accesso… e, infine, il ritrovamento del ciborio/baldacchino e del suo simbolismo (l’effusione dello Spirito).

La presenza del ciborio/baldacchino consentirebbe di integrare le diverse visioni celebrative (anche di chi vorrebbe che, durante il canone, tutti pregassero con lo sguardo “rivolto verso l’alto”): dal e ciborio il CROCIFISSO dovrebbe “discendere”, così sarebbe sospeso sopra l’altare, ma non direttamente a contatto, a modo di suppellettile.

E non sarebbe affatto senza significati teologico-liturgici.

lunedì, 23 ottobre 2006

Giorni duri ed intensi -ma meravigliosi- e poco tempo, quindi, per postare.

Tempo per ritornare a respirare l'aria di Regensburg -o di Verona, se preferite- ce ne sarà e bisognerà ritornarci.

Per ora, rimango dalle mie parti: ha avuto una certa eco, almeno nei giornali regionali, la querelle sul pavimento della Cattedrale di San Nicolò di Noto, crollata nel 1995 ed in via di completamento in queste settimane, in vista della riapertura, fissata per il prossimo Natale.

Che io sappia, sono il solo o quasi a chiedermi per quale ragione ultima il tetto di quel meraviglioso edificio Barocco sia crollato.

Non mi riferisco, è ovvio, al processo (che pure un po' conosco, collaborando da anni con lo studio di uno dei legali che difese il Vescovo del tempo), finito con l'assoluzione di tutti gli ecclesiastici coinvolti fra le altre, in quella che apparve subito un'accusa assai grottesca: associazione per delinquere finalizza al crollo... colposo dell'edificio. Come dire, mettiamoci d'accordo per sbagliare, per trascurare o sorvolare tutti assieme, senza che ce ne rendiamo conto, però...

Alludo al segno, inquietante e drammatico in quell'anno assai "scomodo" (che ebbe in Civitavecchia il suo cardine), costituito da una sede vescovile che crolla proprio mentre sta per aver termine il secondo Sinodo di quella stessa Diocesi. Chi si pone più, da cattolico, simili domande? Chi s'interroga per sondare, prima di tutto nell'esame della propria coscienza di fedele e di cristiano e, solo dopo, nell'andazzo della propria Chiesa locale e della sua comunità sociale, economica e politica, se davvero simili eventi non abbiano -per caso?- qualcosa da dirci su cosa siamo diventati e su quali strade ci siamo incamminati?

"Incontrare Gesù sulle nostre strade" s'intitolava quel Sinodo al quale avrei dovuto partecipare anche io se la Provvidenza, travestita da generale-ministro del Governo Dini, non mi avesse spedito a fare il servizio civile ad oltre 1.500 km di distanza, in Toscana.

Ed ha a che fare coi passi, con qualcosa da calpestare anche questa storia della pietra di Modica, scelta ed imposta dalla Soprintendenza di Siracusa alla Curia di Noto ed al Parroco della Cattedrale quale piano di calpestio della "nuova" cattedrale, ricostruita seguendo gli stessi criteri dell'inizio del 1700.

Don Bellomia ed i fedeli che da undici anni attendono di ritornare a sedersi su quei banchi proprio non ci stanno: vorrebbero un più pratico, solido ed elegante marmo per i loro passi, liturgici e non.

A dirimere la querelle, notizia di ieri l'altro, è arrivato Vittorio Sgarbi, al cui "equilibrio" -in queste materie- è stata affidata da anni la ricostruzione: vada per la pietra di Modica, materiale che utilizzarono al tempo in cui San Nicolò venne elevata dopo il terremoto del 1693, con il Giardino di Pietra dei palazzi e delle Chiese che hanno deliziato, questa estate, anche Francesco Agnoli, più a valle rispetto alla vecchi Netum.

Non avevo dubbi sulla soccombenza del parroco e della committenza cattolica: da anni il nuovo totem -da adorare assieme ad altri- è quello (tutto post ideologico) del vecchio, dell'antico, magari spacciato per "bene culturale", da salvaguardare ad ogni costo così com'era o, meglio, così come è stato, così come fu...

Nella sua sapienza antica, sovrapponendo gli stili, gli arredi, le strutture ed i decori su quelli originari, la Chiesa coltivava l'et-et che salvaguarda il "tesoro dello scriba" descritto da Gesù stesso: cose vecchie sì, ma anche nuove, sempre nuove, da aggiungere a quelle...

Noto stessa, in fondo, come Città capolavoro, è nata dalla volontà di tutto rifare dopo che tutto era andato distrutto: fu tutta nuova, dopo il devastante sisma del 1693.

Ma il finanziatore pubblico -le sempre più potenti Soprintendenze, scatenate in vincoli sempre più stringenti- ha cacciato fuori la maggior parte dei soldi e poco importa se, dopo qualche anno, il pavimento si consumerà per l'inevitabile calpestio dei fedeli, dei visitatori, dei turisti: "è il pavimento "originario", perbacco, bisogna rispettare la storia dei luoghi".

Peccato però che ci fossero, prima del crollo, mattonelle di ceramica al pavimento e che -come da cura "amorevole" di quella stessa Soprintendenza, non a caso processata anch'essa per il crollo- fosse rimasta intatta la coltre di calce che rendeva desolatamente bianche le volte della cattedrale, quelle che un tempo erano affrescate (come tutte quelle delle chiede vicine) e che-al tempo- non ci si curava proprio di riportare alla luce.

Il tempo passa e bisogna "andare avanti" anche se ciò significa... ritornare inesorabilmente, per la paura del futuro e per un riflesso inconscio, completamente indietro.