Il Partito democratico.
Siamo di fronte ad un fatto “storico” (la cui “storicità”, per definizione, andrebbe vagliata dopo e non certo prima che il fatto accada) o, ancora una volta, si tratta del solito tourbillon che solo la politica, quest’arte di rimescolare sempre le stesse carte, sa mettere in piedi?
Insomma: a quali rischi può portare la fusione fra gli eredi veri del marxismo (quelli che, cioè, hanno tratto le limpide conseguenze dalla fine del comunismo, trasformandosi in un partito radicale di massa) e coloro i quali, da anni all’inseguimento dei primi e di altre istanze della modernità, hanno via via fatto confluire loro stessi ed altri in quel mix di azionismo, giacobinismo temperato, religione repubblicana e cattolicesimo progressista che è, allo stato, il contenitore chiamato Margherita?
Niente politica qui, come detto: pur riconoscendo che l’operazione apre scenari di difficile lettura nel futuro degli assetti del sistema italiano, c’interessa capire come ciò potrebbe influire su tutto quanto farà cultura e, in particolare, cultura ecclesiale.
Solo un ingenuo, infatti, può pensare che la vita culturale di questo Paese rimarrà ciò che era e non sarà neanche sfiorata da questo evento: vuoi perché, come qualcuno (del quale, prima o poi, bisognerà pure che parli) ha osservato, il confronto degli anni passati fra DC e PCI -paradigma religioso, culturale oltre e prima che politico- finisce così, finalmente, con il dissolversi; vuoi perché -in questi ultimi anni- il riflusso di rinnovato interesse verso l’attualità politica ed il coinvolgimento della Chiesa, ci portano (molto più che in un recente passato) a considerare l’impatto di questi avvenimenti sul costume, come sulla cultura e, perché no?, anche sull’essere Chiesa.
L’operazione, è bene dirlo per onestà e chiarezza, non sembra foriera di prospettive confortanti per i convitati cattolici (sia pure sedicenti “progressisti”) di questa grande “tavolata” in allestimento. Per un motivo, se vogliamo, analogo a quello che preoccupa la polarità sinistra del PD: il dissolversi, nel processo di rimescolamento e di sintesi, in misura maggiore o minore, dell’identità cattolica e della (sempre confortante) prospettiva di sapere che essa è pur sempre un “campo-base” al quale poter tornare durante lo svolgimento di qualsiasi impresa, anche la più ardita.
Come, cioè, il rischio per i DS è quello di perdere non tanto e solamente dei pezzi, quanto quel poco che rimaneva di un ancoraggio alla propria “tradizione” (intendendo con essa schematismi, un linguaggio, una liturgia ben precisi), così per i cattolici dei DL è in palio l’approdo alla dottrina sociale della Chiesa, da rimettere ancor più a rischio non più con una semplice alleanza, ma con un vero e proprio processo di fusione con il radicalismo chic, sia pure ancora in elaborazione come “pietanza” ad uso e consumo delle masse.
Con una differenza di fondo: sia pure accomunati ai post comunisti da un processo, durato alcuni anni, di progressiva nebulizzazione della propria identità d’origine (i DS verso il radicalismo detto, i cattolici progressisti e c.d. democratici nel loro far tutt’uno, nella Margherita, con le istanze azioniste e giacobine) e dal dover rendere conto (sul piano culturale, prima che politico) alle loro “chiese d’origine”, i cattolici dei DL hanno molto da perdere e quasi nulla da guadagnare.
La porzione diessina del PD, infatti, è pronta a mutuare (anche, se non soprattutto ed opportunisticamente, in una funzione “corrosiva” di cui l’evento descritto nei due post che precedono è significativo esempio) proprio quel linguaggio, quegli argomenti, quelle battaglie che, in fondo, hanno fatto e fanno tanto il cattoprogressismo.
La fusione con quest’ultimo consentirà, insomma, di poter condividere una leadership politica e culturale in alcuni cavalli di battaglia: pacifismo, terzomondismo, lotta alle povertà, assistenzialismo sociale. Sarà ipotizzabile perfino un utilizzo, rese le rispettive “eredità” comuni, dell’agiografia tipica del cattolicesimo progressista, con il richiamo ideale ed evocativo loro proprio.
Tutto quanto, insomma, oggi forma oggetto -da anni- del veltronismo, del bagaglio -insomma- comunicativo di colui il quale sembra davvero il leader naturale, l’avanguardia, di questa “nuova” sinistra italiana.
Con il vantaggio, per questa leadership e per l’ala sinistra del nascente partito, di riuscire a “scippare” in tal modo e con simili argomenti molte cartucce ad un altro di oscuro che, prima degli altri, aveva capito molte cose, tentando di “rifondare” (anche, se non soprattutto in questo senso) il comunismo: Fausto Bertinotti.
Senza contare -e sarebbe questa, sempre culturalmente parlando, una bella domanda da porre, per evidenti motivi, a Luigi Bobba ed al Cardinale Camillo Ruini- un non trascurabile dato: verso quali sponde confluirà quella parte del volontariato cattolico che, ispirandosi a quei modelli di cui s’è detto e sentendosi vocata a farlo, vorrà dedicarsi alla politica? Con quali corto-circuiti?
Non è che uno dei possibili “inconvenienti” per la cultura ecclesiale.
L’altro, e di non pochissimo momento, è il feedback corrosivo al quale ho accennato.
Poche cose come il senso dell’ “appartenenza” politica -specie in un Paese come il nostro, in cui più spesso si “tifa” per il proprio partito- è stato in questi anni fonte inesauribile di “grane” ecclesiali, di disorientamento a vari livelli, non ultimo quello alla base stessa degli organi ecclesiali, inclusi quelli che fanno “cultura”.
Non è difficile ipotizzare che, a molti, “toccherà” difendere anche su questi terreni (per appartenenza o solo per simpatia politica) cose indifendibili in una prospettiva autenticamente (e non solo socialmente) cattolica, con le inevitabili lacerazioni o, quanto meno, smagliature.
Sembra tanto, insomma, che -da Firenze e da Roma- non sia stato lanciato un vero e proprio guanto di sfida.
E non necessariamente a Berlusconi ed ai suoi corifei.