Avvertenze
e modalitĂ  d'uso
Chi visita questo blog può lasciare commenti, cercando -per quanto possibile- d'essere rispettoso verso gli altri e verso... se stesso. Mi riservo di bloccare l'accesso ai commentatori molesti e di cancellare i loro commenti sgraditi. Dei commenti sono responsabili esclusivamente i rispettivi autori.
............................................................... Questo weblog non è una testata giornalistica, non essendo aggiornato
con periodicitĂ  regolare.
Commenti recenti
Archivio
Categorie
Blogs
Websites
Scrittori & Cattolici
Chiesa & Magistero
Pastori & Testimoni
Informazione & Formazione
Campagne & Portali
Bottoni
  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder
visitato *loading* volte
lunedì, 30 giugno 2008

L'anno paolino non poteva iniziare meglio, almeno sul web.

La competenza, la sensibilità e la cattolicità "giuste" (con un pizzico di sana ed entusiasta gioventù) sono tutte in letterepaoline.it.

Da visitare e tenere d'occhio. Oltre che da linkare. E non solo per amicizia....

giovedì, 22 maggio 2008

Un aggiornamento al post qui sotto: gli amici di maranatha.it hanno postato questo commento sul blog di Paolo Rodari, dal quale traspaiono cose che non è mai troppo male sapere...

Due note a margine.

La prima: questa della difficoltà -ai limiti dell'impossibile- di potersi smarcare da certe liste, mi sembra di averla già sentita....

La seconda nota: perchè insistere stucchevolmente nel consegnare una menzione che sa tanto di rattoppo? Perchè, insomma, rattoppare? Non sarebbe stato più "acconcio" chiarire?

Update del 24/5/2008 :: ore 13.34

Paolo Rodari ha postato nel suo blog la versione dei fatti della We.Ca.. Il link in in questo aggiornamento consentirà di sentire l'altra campana.

Rodari l'ha pubblicata.

Non risulta che Bobbio, di Famiglia Cristiana, abbia fatto altrettanto, a suo tempo.... 

martedì, 20 maggio 2008

C'è da restare basiti -come me- a leggere questo post di Paolo Rodari sui web awards cattolici.

Trascurando -per un solo attimo- la trasudante improvvisazione che impregna la vicenda, non si può non dire che siamo alle solite....

La notizia merita -credo- un'ampia diffusione e non solo nella blogosfera nostrana.

Perchè Paolo Rodari non pare troppo lontano dalla verità quando afferma che:

Probabilmente l’Associazione Webmaster Cattolici Italiani non si era resa conto che su maranatha.it vi sono tutti i sussidi necessari alla Messa Vetus Ordo (quella in latino, liberalizzata da Benedetto XVI) e una volta appuratolo ha ritenuto di fare marcia indietro. Se così fosse, l’epilogo di questa storia è veramente triste. Un epilogo che non solo maranatha.it, ma anche la Chiesa tutta non merita.

mercoledì, 16 aprile 2008

Ce la mette tutta, sul Corriere di oggi, Claudio Magris per veicolare il suo disappunto contro la decisione di riesumare il corpo di San Pio da Pietrelcina, per esporlo alla venerazione dei fedeli in occasione dei quaranta anni dalla sua morte.

Lo fa sin dall’attacco del suo pezzo, con il netto appoggio all’iniziativa di una corrente dei suoi devoti di denunciare -fra gli altri- il Vescovo di San Giovanni Rotondo proprio per la supposta “profanazione” dei resti del Santo.

E lo fa persino fingendo di non volersi riportare all’ormai remoto libro di Sergio Luzzatto (chè tale lo hanno reso i tempi e le vendite), eppur citato apertamente così, tanto per scrivere, ma che però riappare, subito dopo, in quel cenno a quei critici che Padre Pio lo avrebbero “seriamente messo in discussione”.

Non c’è da dolersi, tuttavia, di simili argomenti -in fondo banali- ma del più sottile insegnamento che lo scrittore triestino vorrebbe impartirci sulla prospettiva cattolica e/o cristiana in merito alla corporeità (sia essa deceduta) ed all’unità dell’essere umano.

Per introdurre la sua lezione, quindi, Magris contrappone quelli, fra i devoti, che “preferiscono pregare sulla sua tomba, lasciandolo riposare e decomporsi in pace sino alla resurrezione promessa dalla fede” a quegli altri, i quali “vogliono esibire e rispettivamente frugare con gli occhi ciò che rimane fisicamente di lui e che non è più lui, o quantomeno non è tutto lui, ma solo la sua spoglia, cristianamente peritura sino alla fine dei tempi; una parte di ciò che fu ed è Padre Pio, la sua tibia, il suo teschio o i suoi tegumenti, non la sua persona nella cristiana unità di anima e corpo”.

A parole, la dicotomia costruita dal saggista sull’apparente spartitraffico del “rispetto” e della “pietà” per le “spoglie”, tuttavia, nasconde il perdurante e consueto disprezzo per la materia, tipico del Magris e di questa ed altre generazioni del ridondante gnosticismo.

Un dissimulato disprezzo “tradito” da quel cenno al “decomporsi in pace”, ed esplodente nel disgusto di Magris per la sola idea di un distacco di parti delle salme dei santi da affidare alla pietà ed alla venerazione dei fedeli, disgusto veicolato neanche troppo elegantemente, con richiami biliosi alle partizioni della pornografia, con indignazione verso altre forme espressive della pietà popolare ed accenni alle immancabili “Madonne di gesso che piangono”.

È la materia attuale, decomposta o meno che sia nella figura di una salma, esibita così come essa è per essere sottratta all’oblio di chi vorrebbe dimenticarsi di esserne composto -ovviamente, per decomporsi sempre più- oggi, ovvero forgiata con il gesso con le fattezze del Volto di una Madre; è la materia -insomma- a far problema a quelli come l’elzevirista del Corriere.

Il quale sospira per la presunta perdita d’unità di un corpo e di uno spirito che fatti del genere (come la richiesta del clero polacco di uno stralcio per il cuore di Giovanni Paolo II, a mio modo di vedere, il vero fattore scatenante di queste sciabolate di Magris) contribuirebbero a mettere in dubbio, corrompendo la “vera fede”, il retto intendere del credente riguardo alla morte.

Dispiace -ma neanche tanto- smentirlo: temo abbiano ragione proprio quelli che, in un solco che ci riporta ad un altrettanto -e non a caso- vituperato Medio Evo, cercano tibie, lingue, muscoli cardiaci, resti di nasi, schegge di croce, appassionandosi -annualmente- per il ribollire o meno di ematomi raccolti in ampolle.

Per quanto si “decompongano” nel loro “riposo”, i corpi dei santi restano lì -come sono rimasti tutti quelli che ci hanno preceduto- proprio a confermare, e non a smentire, l’unità che Magris ritiene ferita ed offesa.

Che è un’unità di tempo e non solo di spazio. Di più: è l’unità e del tempo che oggi viviamo (incluso il tempo in cui siamo morti) con il tempo che non è tempo e che verrà quando il tempo sarà finito.

Inerpicarsi sugli scalini della cattedrale di Padova per vedere la lingua di Sant’Antonio, per poter accostare la mano sul vetro quasi a lambirla, è farsi partecipi di una scommessa profonda tanto quanto rischiosa: quella dei santi come lui in un “dopo” da guadagnarsi con un “ora” tutto votato a perdersi (magari fino a “decomporsi").

“Sapere” -anche per poter “assaporare” con i sensi, e non solo elucubrare in un formale ossequio al Logos- che prodigiose conservazioni ci sono concesse proprio perché nulla, neanche le briciole, siano perdute di noi e del nostro presente, in Colui che è tutto in tutti.

Conservazioni come quella che, per una coincidenza (magari poco acconcia alla ragione, quale la intendono i Magris, ma davvero efficace), proprio oggi la liturgia ci chiama a ricordare.

Sì, proprio quella di una Bernardette Soubirous, intatta nella sua chasse trasparente a Nevers, nascosta eppure esposta, ma nient’affatto “decomposta” nel suo fiducioso riposo.

Che si fa -nella sua figura e per tutti noi- attesa, nel corpo, di uno Sposo che ama sorprenderci con le luci della stanza ben accese.

lunedì, 17 marzo 2008

L'ho già detto: è stato metabolizzato in fretta -dopo essere stato declassato a trascurabile segmento del logorroico fiume massmediatico- quanto Benedetto XVI ha predicato nel suo discorso al Pontificio Consiglio per la Cultura (nella sezione di quest'ultimo del sito del Vaticano, sotto il link dei Discorsi del Santo Padre , non lo troviamo ancora...), una settimana fa.

Eppure, il richiamo incoscio di queste parole sembra duplice ed impegnativo: se, da un lato, infatti, l'occasione è sembrata anch'essa "accademica", tanto da risuonare Ratisbona, dall'altro è assai singolare trovare -e nella parte finale, quella della sintesi- un richiamo all'Apocalisse ( "Conosco le tue opere, la tua fatica e la tua costanza ... Ho, però, da rimproverarti che hai abbandonato il tuo primo amore" Ap 2,2.4) che colpisce in un sereno ragionatore come Papa Ratzinger, tanto da sembrar più acconcio in bocca al suo "venerato predecessore".

E, per essere magari un po' maliziosi, colpisce che un simile richiamo ("hai abbandonato il tuo primo amore") sia stato espresso proprio in quella sede.

E' vero: chi scrive qui, per primo, s'è sentito cucite addosso certe parole ("Etsi Deus non daretur"), leit motiv di un'esistenza ripetitiva e grama, nel suo crogiolarsi in certe dinamiche che di dinamico non hanno nulla, grondando piuttosto passività....

Ma il profondo, per quanto profondo sia (anche in virtù della quantità di sabbia che ci buttiamo sopra..), ha sempre un suo richiamo che, anche flebilmente, si fa sentire. E questa di Papa Benedetto, sarà per il tempo, assomiglia moltissimo alla faccenda della sporcizia di quella ormai famosa Via Crucis, anteprima di un Pontificato che ancora doveva iniziare, sotto gli occhi di un altro Regnante.

Non è solo questione di forme e di tempi, o di slogans voluti o meno.

(I credenti)  vivono nel mondo e sono spesso segnati, se non condizionati, dalla cultura dell’immagine che impone modelli e impulsi contraddittori, nella negazione pratica di Dio: non c’è più bisogno di Dio, di pensare a Lui e di ritornare a Lui. Inoltre, la mentalità edonistica e consumistica predominante favorisce, nei fedeli come nei pastori, una deriva verso la superficialità e un egocentrismo che nuoce alla vita ecclesiale.

Non c'è più bisogno di Dio: come non vederlo nella pratica di mille cose, la principale delle quali è la ricerca nevrotica dello svago quotidiano?  Di pensare a Lui: per una mente occupata da banalità ed effimeri progetti, o da solipisistiche soap operas o regolamenti di conti, da trepidazioni inutili; di ritornare a Lui: per noi che siamo proiettati sempre verso un futuro da riempire con gadgets, novità discografiche o televisive, manovre di calciomercato....

Superficialità ed egocentrismo, poi...

Valga, per quanto ingeneroso e duro, il pezzullo di anteprima a questo post: da intendersi, però, come un grido di aiuto, una sveglia per chi è stato chiamato a vedersi impegnato in un'opera di Salvezza che non passa attraverso media e giornali, rotocalchi, agganci a personalità sovraesposte.

Valga questa domanda polemica e sarcastica, da chi però la pone nella consapevolezza che simili piazzate, in bocca ai Pastori, accrescono il senso di impotenza, di trascinamento, di deriva di noi povere pecore, sorpassate a grandi bracciate da chi dovrebbe venire a tirarci fuori dalle rapide....

Valga come fatto-limite: sappiamo, infatti, che sotto sotto, questo trastullarsi con le faccende di una cantante non va demonizzato se non in quanto sintomo del resto: perchè la superficialità e l'egocentrismo sono diventati pane quotidiano -da decenni se non di più- di molto ragionare "profondo", di molti discorsi alti sui valori, attorno alla politica, la liturgia, la società e l'antropologia.   

Diciamolo pure, a scusante nostra e loro: l'edonismo è davvero l'ultima ideologia. L'edonismo è l'ideologia di chi non ha l'ideologia, di chi non l'ha mai avuta come di chi non ce l'ha più, come di chi rischia -un giorno o l'altro- di perderla.

E' l'ideologia della chiusura degli sportelli del tempo (che devi attraversare per forza, se vuoi accedere a quelli dell'Eternità); il pensare di chi ha serrato il proprio spazio, rendendo "stretta" l'unica porta: quella d'ingresso nella propria vita di tutto il resto.... è il pensare di chi non vuole pensare; è il soffrire di chi non vuole soffrire; l'amore di chi non vuole amare....

L'edonismo è la "soluzione finale" di chi le ha tentate tutte; ed è pericoloso anche per questo, perchè ci si sente in diritto di rispondere di averle provate tutte. Ci si sente in diritto di consolarci come vogliamo, senza bisogno di seguire i tempi e i ritmi di un Consolatore.

Nella Chiesa stessa di ogni giorno e di ogni ora -se vogliamo chiamare Chiesa anche quanto, volendo autoconsolarci, tentiamo di costruire in famiglia ed altrove- ci vengono riconosciute "le opere, la fatica e la costanza".

Qualcosa -e, dieci giorni fa, Qualcuno- ha voluto ricordarci però che rischiamo sempre di abbandonare il nostro "primo amore".