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lunedì, 30 giugno 2008

L'anno paolino non poteva iniziare meglio, almeno sul web.

La competenza, la sensibilità e la cattolicità "giuste" (con un pizzico di sana ed entusiasta gioventù) sono tutte in letterepaoline.it.

Da visitare e tenere d'occhio. Oltre che da linkare. E non solo per amicizia....

martedì, 15 gennaio 2008

Dal sito di Repubblica:

L'Osservatore romano pubblica in prima pagina un lungo intervento di Giorgio Israel, professore ordinario di matematiche complementari dell'ateneo romano. Il docente, di fede ebraica, ricorda una conferenza del 1990 del professor Ratzinger definendo

''sorprendente che quanti hanno scelto come motto la celebre frase attribuita a Voltaire - "Mi batterò fino alla morte perchè tu possa dire il contrario di quel che penso" - si oppongano a che il Papa tenga un discorso all'universita' di Roma La Sapienza''.

Con un simile maestro -caro Israel- le conseguenze non potevano essere che queste...

P.S. Come sempre, a cose fatte, arriva l'intervento di Prodi.

Ma, si sà, essendo "adulto", ha avuto altro da fare....

venerdì, 12 gennaio 2007

Il Papa "ossessivo"

A loro modo, ne hanno parlato -per un verso- Sivan e Gino, per l'altro: certo è che, da Regensburg in poi, l'esasperazione mediatica su Benedetto XVI si è fatta più tambureggiante ed ansimante, segno che il Papa aveva colto uno dei suoi tanti bersagli.

La sparizione, cioè, anche dall'orizzonte mediatico, del Logos, della razionalità.

Credo anche io -in tutta e sincera umiltà- che noi cattolici dovremmo essere i primi ad anteporre alla tracimazione giornaliera d'informazioni (per quanto anticonformistiche e in controtendenza esse siano), più serenità di riflessione: in fondo, il luogo privilegiato di Colui che è la Parola è proprio il silenzio.

In campo laico, la furia informativa porta a conseguenze tristemente esilaranti: presa dall'andare addosso a Mel Gibson per il suo Apocalypto, una giornalista di Sky News 24 ha riferito che il capolavoro del regista, The Passion, era stato recitato in sanscrito: il link qui accanto basta a spiegare la confusione con l'aramaico.

Ritornando al Papa, siccome, giorni addietro, il Pontefice ha dedicato alcuni significativi passaggi diretti alla questione, giornali e tv infuriano, sotto il segno di una ben precisa strategia: portare la gente a scancarsi di questo Papa e di quello che dice, specie in campo morale.In fondo, la Polonia non è così poi tanto lontana: anche da noi i poteri "alternativi" si alleano per andare "contro".

Il quadro è un po' più chiaro da stamani: con quel suo fare  spesso assai "affabile", il vicepresidente del Senato, Gavino Angius ha denunciato l' "invadenza ossessiva" del Papa.

Peccato però che il pezzullo di Repubblica sia stato richiamato dalla home page del giornale on.line per qualche oretta appena: quelli dell'altro potere hanno capito subito che, a qualcun altro, le parole "invadenza" ed "ossessiva" potevano far riflettere qualcuno sul fatto che, se in realtà, Ratzinger appare "ossessivo" è perchè, in fondo, qualcun'altro è interessato a farlo apparire così....

Altezze profonde

Bellissimo, davvero, il post di Claudio LXXXI, sul libero arbitrio.

Una concreta applicazione del -fin qui misconosciuto da troppi- amore per il Logos: una spiegazione pacata, precisa ed tempo semplice sul rapporto fra tempo ed eternità, con implicazioni nella libertà dell'uomo.

Dall'immagine esemplificativa dei fotogrammi del film (rimando al post per capire) riprendo il concetto di profondità: ogni nostro attimo di vita, compresso nella sua limitatezza, nella sua esiguità, è presente una profondità inconmensurabile che solo accostandoci a Dio è possibile sondare o, quanto meno, intravedere.

Mi piacerebbe chiamarla, però, "altezza": dà l'idea dell'Infinito in cui, guardando verso l'Alto, ci si può dolcemente perdere, mentre il concetto di profondità lo utilizzerei per il nostro essere, in fondo all'intimità più nascosta del quale troviamo, ancora una volta, il Tu che ci fonda e che ci ama.

Ecco la più vera, la più estesa ed illimitata delle libertà: quella nella quale ogni attimo della nostra vita s'innalza vero il cielo, portado con sè noi stess, nella nostra interezza, in ciò che di noi stessi spesso neanche sappiamo, rimanendo spesso in superficie.

"Assenza" reale 

Ci pensavo oggi: perchè questa irriducibile avversità del Sud alle "regole", alle "leggi"?

La "colpa", penso, è "anche" del cattolicesimo.

Prima che si pensi che la troppa enfasi mi ha fatto un brutto scherzo, mi spiego: è il proprium delle realtà segnate dalla Riforma, da un lato il ritorno all'Antico Testamento e, dall'altro, dal definitivo smarrimento di tre entità "concretamente personali": in ordine di dignità, il Cristo eucaristico, Maria Santissima e, infine, il Papa.

Eppure, la rivoluzione di Gesù nei confronti della religione ebraica consisteva anche, se non soprattutto, nella sostituzione della presenza personale di un Mediatore alla presenza dello scritto, come luogo del confronto con Dio. meglio, più che sostituzione, secondo la Parola del Cristo, completamento e compimento.

Da Lutero in poi, la cassazione della dimensione della "personalità concreta", dello scavalcamento del confronto diretto, caldo, personale, portano ad un ritorno al passato: con l'idea di affidare a tutti la Parola da leggere e da interpretare si finisce, eterogenesi dei fini, per renderla di nuovo "ostaggio" dei sapienti, di coloro i quali sanno interpretarla, elaborarla, veicolarla.

Al prete cattolico, ai vescovi, portatori dei sacramenti e della loro mediazione "calda", "tattile", si sostituiscono i teologi, gli esperti, i "dottori" che hanno nella punta del "manico della veste" la giusta interpretazione della Parola di Dio.

Cosa c'entra questo con la "legalità"? E' intuitivo: il regresso porta a quella che noi giuristi chiamiamo "iperfetazione" delle norme e che non è una conquista, ma un ritorno all'indietro.

Al tempo, cioè, in cui tutto era regolato da cavilli ed articoli, fin quasi a soffocare.

La mediazione cattolica, fedele al "personalismo caldo" introdotto da Gesù, "affida" gli esiti della norma all'amore verso una -o più persone- l'amore per Cristo, per la Madonna, per il Papa, con quel che segue in termini di autorevolezza, di volontà, di affetto. Di cose, che spesso smuovono le coscienze ben più dei deterrenti e delle sanzioni.

Da qui la diffidenza del Sud verso leggi sempre più numerose e stringenti e, azzardo, la diffidenza di queste ultime verso un Sud ancora troppo legato al calore dell'incontro.

Infine, ma solo come accenno: il venir meno della dimensione "calda" nel protestantesimo è forse una della cause della secolarizzazione.

Provocatoriamente, mi rendo conto, verrebbe quasi da dire che, "espunto" o "sfrattato" il Cristo eucaristico, il tempio protestante si sia inesorabilmente condannato, nel tempo, a "perdere" anche la Parola scritta dei due Testamenti: "perderla" sia nel senso di sfumerla, spezzetterla, disintegrarla (nell'esasperazione esegetica, ad esempio), sia nel senso di "smarrirla", del che -appunto- la secolarizzazione inevitabile e sempre più selvaggia.

Quasi che, mandato via un Testamento, si sia finito con il perdere anche l'altro.

domenica, 01 ottobre 2006

Il divorzio della ragione dalla fede

Sono passati quindici giorni dalla pietra miliare piantata da Benedetto XVI a Regensburg: si può oggi ritornare a parlarne con calma, per coglierne gli aspetti più genuini e fecondi (quelli, per intenderci, che il media system ha cercato di seppellire sotto una coltre di reazioni geo-politiche). Perchè, sospetto, l'Occidente cinico a Papa Ratzinger non ha perdonato l'omelia del giorno prima e meditava, prima o poi, di replicare a modo suo, cioè con un bel casino mediatico dal vago sapore nichilista.

Il cuore di Regensburg, lungi dall'essere il passaggio di Manuele II Paleologo, è un'implacabile critica a come si è andata evolvendo negli ultimi secoli la teologia cristiana o, meglio, al divorzio della ragione dalla fede o, piuttosto, di quest'ultima dalla prima. 

Il Papa teologo, insomma, non sembra aver risparmiato nessuno: ma nel farlo ha soffermato la sua analisi a quanto noi stessi abbiamo finito per perdere, riconosciendo quanto -in questo progressivo separarsi della ratio dalla fides- sia dovuto alle scelte di percorso del pensiero teologico cattolico e cristiano.

Perchè si deve parlare di perdita di qualcosa che, in realtà, il Cristo sembra aver voluto per noi .

"Perdita" o "deminutio" -apro e subito chiudo una parentesi- sono le parole-chiave di Regensburg, per un Occidente che sta perdendo l'uso della ragione per le questioni umane che davvero contano, come il senso dell'esistenza, e per l'Islam che -nell'incontro-scontro con questo stesso Occidente- rischia (o si auspica, per paura del confronto?) di vedersi sfuggire quella stessa ragione; ma di "perdita" si deve parlare anche per noi cristiani, nel senso che dirò fra breve.

Joseph Ratzinger parte da lontano e si fa (mirabilmente) teologo della storia, evidenziando quanto solo i superficiali vorrebbero escludere: che il Dio cristiano -e, prima ancora, il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe- ha voluto che la rincorsa della fede passasse attraverso le strade della logica ellenistica. Solo un pregiudizio protestante, di quelli che riducono e vivisezionano quella stessa Scrittura che vorrebbero proteggere, ci porta a distinguere San Paolo da quel Cristo che, con le vesti di un macedone bisognoso, lo chiama a deviare dal percorso che egli si era prestabilito -l'Asia, l'Oriente- per deviare verso l'Europa.  Quella che -da subito, peraltro- gli avrebbe riservato le amarezze dell'Areopago, quasi dei semi che dovevano morire per dare l'abbondante frutto che sappiamo.  

Si chiude così un abbraccio in cui il movimento inverso vede l'ellenismo incontrarsi con lo spirito semitico nei libri sapienziali, sì che Giovanni potrà -con il prologo del suo Vangelo- tracciare il punto in cui le due realtà si fondono, in cui l'uomo si fa tutt'uno con il Trascendente.

Con questo affresco storico -così potente e, per questo, così volutamente misconosciuto- il Papa tedesco ripercorre il formarsi delle radici più genuine dell'Europa, ne prova in modo inconfutabile l'esistenza.

"Radici"  che -però- di lì a qualche secolo si separano (e qui, in sottofondo, ma senza troppa enfasi, forse il Professore di Regensburg pensa ad un disegno provvidenziale anche se drammatico) nei due rami della ragione e della fede che via via si allontanano -come detto- a causa di un fattore scatenante -la corrente teologica che va da Duns Scoto in poi- dovuto non a "colpe" della prima (la ragione) ma al crescente solispismo della seconda (la fede).

Esse si "perdono" così, via via e sempre più, reciprocamente in questa sorta di "adolescenza" in cui si ritrovano sole, a fare affidamento solo su loro stesse, anche nel loro contrapporsi. 

E, alla fine, la ragione semplificata a mero empirismo, a modello matematico che da solo vorrebbe spiegare la realtà, da una parte, e la religione ridottasi a morale (anzi, ritornata indietro a ciò che -in larga parte- era prima dell'avvento del Cristo, a libro normativo), pagano entrambe il loro rifiuto di confrontarsi con Dio: la prima, considerando il confronto cosa impossibile in quanto non empiricamente verificabile; la seconda ritenendo quello stesso Dio così lontano e trascendente da rendere inutile -o persino offensivo per la Divinità- qualunque confronto con Lui.

E, così, entrambe oggi si scontrano presumendosi, tronfiamente, autosufficienti e perdendo l'ennesima occasione per reincontrarsi e fondersi in una sintesi che -bene o male- "conservata" oggi dal cattolicesimo.

Quel cattolicesimo che nel suo leader terreno ha chiamato entrambe, a Regensburg, a rispondere alla sfida secolare dell'eterno  "perdersi reciprocamente" con l'unica arma possibile: imparare a ritrovarsi.