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mercoledì, 16 aprile 2008

Ce la mette tutta, sul Corriere di oggi, Claudio Magris per veicolare il suo disappunto contro la decisione di riesumare il corpo di San Pio da Pietrelcina, per esporlo alla venerazione dei fedeli in occasione dei quaranta anni dalla sua morte.

Lo fa sin dall’attacco del suo pezzo, con il netto appoggio all’iniziativa di una corrente dei suoi devoti di denunciare -fra gli altri- il Vescovo di San Giovanni Rotondo proprio per la supposta “profanazione” dei resti del Santo.

E lo fa persino fingendo di non volersi riportare all’ormai remoto libro di Sergio Luzzatto (chè tale lo hanno reso i tempi e le vendite), eppur citato apertamente così, tanto per scrivere, ma che però riappare, subito dopo, in quel cenno a quei critici che Padre Pio lo avrebbero “seriamente messo in discussione”.

Non c’è da dolersi, tuttavia, di simili argomenti -in fondo banali- ma del più sottile insegnamento che lo scrittore triestino vorrebbe impartirci sulla prospettiva cattolica e/o cristiana in merito alla corporeità (sia essa deceduta) ed all’unità dell’essere umano.

Per introdurre la sua lezione, quindi, Magris contrappone quelli, fra i devoti, che “preferiscono pregare sulla sua tomba, lasciandolo riposare e decomporsi in pace sino alla resurrezione promessa dalla fede” a quegli altri, i quali “vogliono esibire e rispettivamente frugare con gli occhi ciò che rimane fisicamente di lui e che non è più lui, o quantomeno non è tutto lui, ma solo la sua spoglia, cristianamente peritura sino alla fine dei tempi; una parte di ciò che fu ed è Padre Pio, la sua tibia, il suo teschio o i suoi tegumenti, non la sua persona nella cristiana unità di anima e corpo”.

A parole, la dicotomia costruita dal saggista sull’apparente spartitraffico del “rispetto” e della “pietà” per le “spoglie”, tuttavia, nasconde il perdurante e consueto disprezzo per la materia, tipico del Magris e di questa ed altre generazioni del ridondante gnosticismo.

Un dissimulato disprezzo “tradito” da quel cenno al “decomporsi in pace”, ed esplodente nel disgusto di Magris per la sola idea di un distacco di parti delle salme dei santi da affidare alla pietà ed alla venerazione dei fedeli, disgusto veicolato neanche troppo elegantemente, con richiami biliosi alle partizioni della pornografia, con indignazione verso altre forme espressive della pietà popolare ed accenni alle immancabili “Madonne di gesso che piangono”.

È la materia attuale, decomposta o meno che sia nella figura di una salma, esibita così come essa è per essere sottratta all’oblio di chi vorrebbe dimenticarsi di esserne composto -ovviamente, per decomporsi sempre più- oggi, ovvero forgiata con il gesso con le fattezze del Volto di una Madre; è la materia -insomma- a far problema a quelli come l’elzevirista del Corriere.

Il quale sospira per la presunta perdita d’unità di un corpo e di uno spirito che fatti del genere (come la richiesta del clero polacco di uno stralcio per il cuore di Giovanni Paolo II, a mio modo di vedere, il vero fattore scatenante di queste sciabolate di Magris) contribuirebbero a mettere in dubbio, corrompendo la “vera fede”, il retto intendere del credente riguardo alla morte.

Dispiace -ma neanche tanto- smentirlo: temo abbiano ragione proprio quelli che, in un solco che ci riporta ad un altrettanto -e non a caso- vituperato Medio Evo, cercano tibie, lingue, muscoli cardiaci, resti di nasi, schegge di croce, appassionandosi -annualmente- per il ribollire o meno di ematomi raccolti in ampolle.

Per quanto si “decompongano” nel loro “riposo”, i corpi dei santi restano lì -come sono rimasti tutti quelli che ci hanno preceduto- proprio a confermare, e non a smentire, l’unità che Magris ritiene ferita ed offesa.

Che è un’unità di tempo e non solo di spazio. Di più: è l’unità e del tempo che oggi viviamo (incluso il tempo in cui siamo morti) con il tempo che non è tempo e che verrà quando il tempo sarà finito.

Inerpicarsi sugli scalini della cattedrale di Padova per vedere la lingua di Sant’Antonio, per poter accostare la mano sul vetro quasi a lambirla, è farsi partecipi di una scommessa profonda tanto quanto rischiosa: quella dei santi come lui in un “dopo” da guadagnarsi con un “ora” tutto votato a perdersi (magari fino a “decomporsi").

“Sapere” -anche per poter “assaporare” con i sensi, e non solo elucubrare in un formale ossequio al Logos- che prodigiose conservazioni ci sono concesse proprio perché nulla, neanche le briciole, siano perdute di noi e del nostro presente, in Colui che è tutto in tutti.

Conservazioni come quella che, per una coincidenza (magari poco acconcia alla ragione, quale la intendono i Magris, ma davvero efficace), proprio oggi la liturgia ci chiama a ricordare.

Sì, proprio quella di una Bernardette Soubirous, intatta nella sua chasse trasparente a Nevers, nascosta eppure esposta, ma nient’affatto “decomposta” nel suo fiducioso riposo.

Che si fa -nella sua figura e per tutti noi- attesa, nel corpo, di uno Sposo che ama sorprenderci con le luci della stanza ben accese.

lunedì, 08 ottobre 2007
La polemica qui sotto ha fatto slittare di una settimana la reprise del presunto “caso” della morte di Giovanni Paolo II e il resoconto delle mie impressioni rispetto all’articolo di Lina Pavanelli su Micromega n. 5/2007 di settembre da cui è “nata” la susseguente querelle.
In realtà quanto ci è rimasto, in fondo, è solo la querelle -virtuale, gassosa- chè il “caso” (cioè l’equazione fra le vicende di Piergiogio Welby e di Karol Woytjila) in realtà, a mio avviso, non è mai nato sul serio, se non nell’ “indistinto sentore” di Lina Ravanelli, in un universo insomma di sensazioni, di suggestioni, di immagini impresse nella mente di quel medico.
Un film senza sceneggiatura
Come in un processo inverso a quello di intreccio e costruzione di un’opera cinematografica, infatti, la dottoressa “verde” ha finito per scrivere una sceneggiatura tutta sua per le immagini che è andata accumulando nella sua memoria; una sceneggiatura che non nasce (è lei stessa a dircelo) dal factum dell’agonia del papa polacco, ma da un altro evento scatenante e suggestivo: la vicenda Welby o, meglio, dal presupposto tutto ideologico e suggestivo, di un confronto fra la fine del primo protagonista e quella del secondo.
Un cardine ideologico, insomma, piantato all’inizio -con quel richiamo alla pagliuzza ed alla trave del versetto evangelico- ed alla fine -con il polemico accenno al diverso trattamento post mortem dei due- sul quale far ruotare una girandola di suggestioni.
Naturalmente, tutto questo assume “autorevolezza”, “serietà”, “meritevolezza di attenzione”, per l’essere l’Autrice un medico anestesista e, quindi, per equazione nell’equazione, una “scienziata” che -con gli occhi di una nuova ed infallibile “fede”- non solo ha visto dove altri sono rimasti abbagliati (“anestetizzati”, dice lei, con espressione che, in quella bocca, suona un po’ beffarda) dall’impatto mediatico, dal recinto dei comunicati ufficiali, ma ha saputo spiegarci bene quanto a noi è senz’altro sfuggito.
Metodo scientifico: applicato sui dati di Google
Se però ci si aspettava dalla Pavanelli -come io mi sono sinceramente aspettato dal suo saggio, spinto a leggerlo da due dei commentatori del mio post precedente sul tema- un approccio scientifico, un metodo preciso, un’indagine sui dati empirici disponibili -come dovrebbe essere per una “sacerdotessa” della scienza- si rimane senz’altro delusi.
Accanto alle immagini, infatti, di un papa morente (anzi, al mero ricordo nell’Autrice di queste immagini, due anni dopo), l’unico appiglio concreto della dottoressa sono i dati ricavati da una ricerca su Google sul materiale giornalistico di quelle drammatiche settimane: un po’ poco, purtroppo, anche se mi rendo conto che possa bastare per dar luogo ad un “indistinto sentore” di scientificità.
La delicatezza di un tema -per di più affrontato da chi (su una rivista che ha un suo prestigio, o che vorrebbe averlo il più possibile diffuso) intende prospettare una scomodo e drammatico paragone fra due decessi “eccellenti”- mi pare però imponesse un approccio più attento o, quanto meno, più accurato: è così, per esempio, nulla ci è detto (se non per accenni fugaci) dell’alimentazione di Welby, il cui caso -tuttavia- è stato sezionato dai media in profondità tale da consentire almeno una descrizione più precisa.
Così, seguendo il metodo della Pavanelli, ci è possibile azzardare che -in realtà- il povero Piergiorgio si mantenne comunque, sia pure nella sua triste condizione, abbastanza “in carne”, poichè ridotto a non potersi muovere e, quindi, a non consumare quanto somministratogli per nutrirlo. Tutto al contrario di quel Papa, attivo -sia pure nella sua condizione di parkinsoniano- ma, al contempo, consumato dall’età ben più avanzata negli apparati digerente e metabolico che avrebbero dovuto fargli assimilare quanto gli era stato sondato per circa quarantacinque giorni.
Mesi e mesi di deperimento?
Sì, perché in realtà, e contrariamente a quanto affermato ripetutamente dai due commentatori del mio primo post sul tema, lo sguardo della Pavanelli non si estende su di un lungo periodo, quasi che Giovanni Paolo II avesse deciso, da mesi, di non alimentarsi prima che affiorasse drammaticamente la sua crisi respiratoria con la necessità di “intubarlo”, ma per appena un mese e mezzo.
È la stessa dottoressa ferrarese a dirlo: il problema della laringo tracheite e del laringo spasmo genera il bisogno della tracheosotomia e del sondino d’alimentazione in un unico momento perchè è il primo rimedio a rendere necessario il secondo, non potendo assumere il cibo per bocca chi ha la gola attraversata dall’innesto tracheale.
Inizia la “strategia del silenzio”. Con un’autogol
In questa prospettiva l’informazione resa da Joaquin Navarro Valls il 3 febbraio del 2005 sull’alimentazione del Papa -sul fatto, cioè, che essa avveniva regolarmente con l’ingestione di cibi attraverso la bocca- non è una affermazione “singolare” (quale la definisce la Pavanelli ipotizzando una sorta di excusatio non petita, di un Vaticano “sulla difensiva”): Woytila si alimenta regolarmente -sia pure in un contesto di difficoltà respiratorie e di spasmi della laringe- perché non ha subito la tracheotomia che si renderà indispensabile solo il successivo 16 febbraio.
In questo contesto è singolare che la dottoressa emiliana trovi “singolare” l’inciso dell’allora portavoce papale: attesa la prima diagnosi della nuova malattia del papa, l’informazione diffusa è la legittima risposta ad un interrogativo che qualunque medico si sarebbe posto. Se aveva, cioè, quel tipo di malattia chissà se continuava a nutrirsi regolarmente o meno o se si era reso opportuno modificare regime alimentare.
Curiosa poi, questa ingenua e maldestra “fuga” di notizie alla rovescia per chi viene descritto dalla Pavarini intento a nascondere le vere condizioni del Papa, votato -insomma- ad occultarne la “dolce morte” e il presunto scandalo di un tramonto del sovrano della Chiesa Cattolica in totale contrasto vitale con il suo stesso preciso, puntuale ed “implacabile” insegnamento.
La risposta di Navarro fu “no”: durante e subito dopo il primo ricovero non fu necessario né “intubare” né alimentare in modo alternativo il Papa perché le cose andarono davvero in questo modo, non certo perché si doveva coprire il supposto rifiuto di Woytila ad essere attraversato da un sondino naso-gastrico.
Il sondino “invisibile”
È dopo il secondo ricovero -infatti- che le cose cambiano: la tracheosotomia impone l’uso del sondino dal 17 febbraio, sì da costringere il Papa a farsi vedere solo due volte (il 25 marzo, voltato e seduto, per la Via Crucis ed il 30 marzo, affacciato dall’appartamento) di cui una sola senza il sondino (il 30 marzo).
E sono, paradossalmente, queste più rarefatte circostanze di visibilità (dal 13/3/2005 al 30/3/2005, vediamo il Papa dell’immagine solo una volta) a confermarci che Woytila ha avuto applicato il sondino sin dal momento immediatamente successivo alla tracheosotomia: in oltre 15 gg. egli salta a piè pari quasi tutti riti della settimana santa (e, de visu, pure la Via Crucis) per apparire solo lo stretto indispensabile. Ciò in quanto gli è dolorosa e penosa l’estrazione e la successiva reimmissione del sondino naso-gastrico già applicatogli che egli toglie, momentaneamente, solo quel 30 marzo.  
Naturalmente, non è questo solo episodio a rendere verosimile che le cose siano andate all’esatto opposto di come le ha descritte -da lontano, come noi- la Pavanelli.
Meglio morire “soffocato”?
Ci informano, ad esempio, che il Papa e don Stanislao -di fronte alla prospettiva della tracheotomia- tentarono di rinviare l’intervento alle ferie estive di Giovanni Paolo II: è la prova che da un lato, non si volevano evidenziare i segni di un eventuale intervento cruento (o, meglio, che si voleva procrastinare il più possibile l’immagine del papa con il tubo e con il sondino), ma -soprattutto- è la prova che il papa voleva vivere e che non si sarebbe lasciato morire.
Senza dire che la resistenza alla tracheotomia è la riprova che il papa non desiderava la “dolce morte” che Micromega gli addebita: perché, sennò, rischiare di morire soffocato e, quindi, in un modo poco “dolce” come, paradosso nel paradosso, proprio buona parte del dibattito su Piergiorgio Welby ha evidenziato?
Una task force per la vita
Infine resta, a contrasto delle speculazioni della Pavanelli, un dato importante: un equipe impressionante di dieci medici pronta ad intervenire nel caso la situazione precipitasse, con schiera di rianimatori e, cioè, di personale che avrebbe dovuto sottrarre Woytila ad un’eventuale “dolce morte”.
Ma, of corse, la Pavanelli e Flores D’Arcais ci direbbero subito che questo scialo di medici era solo una penosa e copiosa copertura di una “dolce morte” che drammaticamente quanto volutamente si stava materializzando…
Il saggio della Pavanelli, insomma, non brilla certo né di riscontri oggettivi (tali non possono dirsi certo né le illazioni sul deperimento di 15 o 19 kg riportate dalle agenzie), né di una implacabile logicità che possa ovviare alla mancanza di puntelli veramente scientifici.
L’immagine di un Papa dimagrito, in effetti, non è neanche essa decisiva: chiunque abbia assistito al brusco passaggio di una buona forchetta -quale era Woytila- ad un’alimentazione liquida se non medica può confermare che un calo di peso è fisiologico: nasconderlo avrebbe davvero potuto far sorgere dubbi seri su quanto stava accadendo e, invece, il prof. Buzzonetti ne parla, in barba alle dolci apparenze che egli avrebbe dovuto –nel complotto per eutanasizzare di nascosto Giovanni Paolo II- salvaguardare.
Medici della dottrina?
È conferma di una approssimazione e di un certo vagabondare della mente quanto ci è dato leggere a pag. 134 di Micromega e che, in un momento di sincerità, viene prospettato essere uno “scenario ipotetico”: il ritardo (di poco, dice la dottoressa) nel rianimare il Papa nel momento in cui egli ebbe la sua prima crisi respiratoria.
Ci pare quasi, a leggere le considerazioni della Pavanelli, che quasi quasi il papa venne rianimato affinché non andasse in coma, affinché non si creasse un precedente “scomodo” per la Chiesa, non affinché rimanesse in vita puramente e semplicemente. Siamo, insomma, al paradosso, ad uno scenario funzionale -magari “indistintamente” nella mente di chi se lo è raffigurato- a spiegarci una cosa che si suppone avvenuta, a puntellare una verità incerta con un “movente” perseguito sin da quando il Papa avrebbe cominciato ad avere dei problemi.
I medici di Giovanni Paolo II, in pratica, avrebbero agito non per salvare lui, ma per salvare “il principio” o, chissà, la Evangelium Vitae….
Conclusione
No, davvero, non possiamo -non solo da credenti, ma da persone di buon senso, da persone serie che rispettano il lavoro altrui, la fatica di documentarsi per sostenere con rigore pari al fervore le proprie idee- non possiamo davvero accettare un saggio quale quello che Micromega non solo ha inteso proporre, ma ha voluto difendere, senza fare i conti -però- con l’informazione che, prima che venisse concepito e pubblicato, è stata già fornita dei momenti che caratterizzarono la morte di Giovanni Paolo II.
Una morte strumentalizzata -ancora una volta- per un fine ideologico (trovare una trave nell’occhio della Chiesa e di quel Papa).
Non è una novità: è l’unica cosa in comune, oltre al morire, fra gli ultimi giorni di un Papa polacco e quelli di Piergiorgio Welby.
venerdì, 22 dicembre 2006

"Questa generazione....."

Ho trovato la pagina web di Avvenire, firmata da Francesco Agnoli, e letta altrove da qualche amico blogger, nella quale è recensito il libro-confronto scritto da Umberto Veronesi e Giulio Giorello, questi due "campioni" (nel senso sperimentale e non sportivo del termine) di quella che essi chiamano "laicità". 

Riporto qui di seguito il passaggio di Veronesi che mi ha colpito di più:

«E perché non provare a immaginare per i tempi futuri – si chiede l’illustre oncologo – piccoli gruppi che si riproducono e si diffondono per clonazione?» (p.83).

Non voglio -nè posso, meglio di Agnoli- commentare quanto egli riporta del libercolo.

Ma non posso non legare a quella che, da sbeffeggiare o meno che sia come tante altre affermazioni (inclusa quella per la quale gli elefanti pregherebbero...), è una prospettiva che da anni mi inquieta e che nasce dalle parole di Gesù stesso con riferimento alla fine dei tempi: 

"non passerà questa generazione, prima che accadano tutte queste cose".

Orbene: non è il "passaggio" di questa "generazione" -quella in cui la riproduzione si lega all'incontro fecondo fra due persone di sesso diverso- quello a cui allude nel libri uno scienziato, uno che probabilmente non è slegato da certi "giri" potenti economicamente e mediaticamente (come quelli, per intenderci, che appoggiarono il referendum sulla legge 40)?

Non sarà -e confesso che la cosa mi tormenta- che, in un futuro forse non troppo lontano, a quest'affronto fatto al Creatore conseguirà l'avverarsi di una delle più inquietanti ed oscure profezie di Suo Figlio?

Conigli ruggenti

Ho appreso dalla radio della morte di Welby.

L'amico che mi accompagna in tribunale incappa, con la ricerca automatica dei canali, in RadioDue proprio mentre inizia il fortunato "Ruggito del Coniglio". I due dissacranti conduttori si buttano a pesce sulla notizia quando, però, Cappato, Bonino e soci non hanno ancora chiarito di averla fatta staccare, loro, la spina.

Così ironizzano (ma non dovrebbero essere fra gli "amici della scienza, contro l'oscurantismo della religione"?) sul parere del giorno prima del Consiglio Superiore di Sanità secondo il quale -su Welby- non era in corso alcun accanimento terapeutico: "come volevasi dimostrare", "per l'appunto", lasciano intendere i due, presumendo che il presidente della Luca Coscioni fosse morto "da sè" e come se, in pratica, tutto quanto fatto fino ad allora fosse accanirsi su quel malato senza speranza.

Eh no: non è stato così, parola dei Radicali in aperta conferenza stampa con tanto di lacrima.

Tornando ai medici del Consiglio superiore di Sanità, mi consolo: per simili questioni, i pareri che davvero contano non sono affidati ai conigli. Per quanto essi, da improvvisati pulpiti, capiti di "ruggire".  

giovedì, 21 dicembre 2006

Adesso che Pier Giorgio Welby si trova all'esclusivo cospetto del Mistero -dal Quale ed al Quale, sin dal concepimento, è stato consegnato, come tutti noi del resto- adesso, e solo adesso, capirà quale senso ha avuto (o poteva avere: non spetta a noi giudicare) la lunga sofferenza che egli ha dovuto patire.

Ad un cristiano, aldilà delle implicazioni morali di questa vicenda, aldilà dei profili giuridici e giudiziari che essa assumerà, aldilà di certo rancore un po' caricaturale contro "i partiti" che non si sarebbero curati di lui e del suo caso (la mia vita, la vita di chi sta leggendo, la vita di tutti, affidata ai "partiti": che "orizzonte"! che "respiro"! che "prospettiva"!); aldilà di tutto questo, dicevo, ad un cristiano questo "soffrire per poi, in fondo, solo morire", questo "soffrire al fine di morire", richiama un baratro, un fossato insuperabile, un dramma che incute rispetto e che ci porta al rispetto di chi lo vive.

Un dramma che la Fede in Chi ha riempito quel fossato tuffandosi come se, ad aspettarLo, vi fossero le braccia di un Padre, un fossato che solo questa Fede ci permette di considerare come il catino di un mare di una Vita senza fine e senza sofferenze, di una Vita che ci meriteremo anche grazie al nostro e l'altrui dolore per amore.

In Cristo, anche il dolore di questo Prometeo ha avuto questo senso.

Almeno questo.