Non posso farne a meno: all'indignazione crescente, alla preoccupazione sempre più rattristata e rassegnata, al sentimento di amara ilarità per certe uscite del suo carnefice, il sottoscritto assomma un velo di inconscia nostalgia mista a tristezza per la chiusura di Radio Caracas Television.
E' che, per dodici anni (facciamo sette, escludendo la primissima infanzia), quella televisione è stata l'unico punto di riferimento mediatico per il sottoscritto, nato -per l'emigrazione dei genitori- in quel Districto Federal che era (e chissà, viste le derive sovietizzanti odierne, se sarà ancor oggi) la capitale venezolana.
Niente di chè, intendiamoci: massiccio ricorso alla telenovela (con quelle sue sconcertanti altalene fra scenari naturali mozzafiato e patetiche scenografie di cartone compresso); vecchi -anche vecchissimi- telefilms americani in riproposizione perpetua; culto dello sport nazionale (il beisbol, variante creolla del baseball, con frequenti dirette -da buona dependance dell'Impero- dalla Casa Base per le World Series, le finali americane di questa disciplina); cronaca imperante in contesti politicamente insignificanti (salvo che quando c'erano le elezioni, le sole capaci di dividere gli adecos -socialisti- dai copeyanos democristiani) e comicità ruspante, da barrio, a similitudine di molte produzioni locali nostrane.
Visitando il sito di Radio Caracas, giorni fa, intravedevo immagini familiari di una storia (giocoforza usata per evitare, o rinviare, la chiusura) che, in fondo, è stata molto anonima: quella del Venezuela, prima che questo nuovo caudillo venisse a monopolizzarla e stravolgerla, proiettandola nel panorama internazionale ben più di quanto non abbia fatto il petrolio (materia che però si presta più a nascondere che a rivelare).
Questa irrazionalmente triste storia di RCTV è, in fondo, una metafora efficace di un Paese che pare avere nel suo dna il "non essere abbastanza": non troppo continentale, caraibico com'è, per appartenere al Sud America, nè troppo caraibico -con quelle Ande che in esso finiscono e con quella foresta amazzonica che proprio lì inizia- per pensare di poterlo estrapolare dal continente; non così "americano", "yankee" da riuscire a resistere al vento del marxismo, ma neanche così tanto aperto all'ideologia da "cadere" nella trappola del socialismo reale insieme agli altri, ma solo "tardi", "ora".
Ma quale "socialismo"? Quello imbottito della retorica bolivariana, che ha paura di staccarsi dal suo passato; quello che si rifà a Jesus Cristo, pur minacciando la Chiesa; quello che gli affari con gli USA continua a farli, eccome, alla faccia degli esorcismi al Palazzo di Vetro del comandante supremo che tracima in ore ed ore di dirette televisive?
E’ rimasto, in fondo, così, il mio Venezuela: incapace di cambiare, perché incapace di imboccare una strada che sia una e che rimanga quella, per almeno un po’ di tempo, giusto per vedere (almeno una volta!) come va a finire. Incapace forse perché distratto, disattento persino alla sua stessa storia: che c’azzecca un creollo liberale e paramassonico come Bolivar con il Che e con Fidel?
Creollo, “meticcio”, insomma, questo atteggiamento venezolano, nell’anima oltre che nel sangue, tanto da essere persino contagioso per chi –occasionalmente- lo visiti: vedi il reportage (corredato da splendide quanto struggenti foto, almeno per me) che compare ogni tanto su un magazine virtuale di Alice.
Eppure, le splendide foto sono state scattate da un sito che apertamente schierato con prospettive simpatizzanti con Chavez: il testo però ondeggia fra la netta percezione di una decadenza infinita, post sovietica nel suo essere pre sovietica, e l’occhiolino alle iniziative demagogiche del “legittimo dittatore” di tutti i venezolani.
Si, davvero una triste storia quella di una Tv “capitalista” che chiude per dar vita ad un’altra Tv “socialista”: cambierà tutto, ma perché in fondo, rimanga il nulla di sempre.