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lunedì, 03 dicembre 2007

Molti degli autori degli spunti, a caldo, sul referendum con il quale quel ciarl..iero di Hugo Chavez Frìas si è visto rispedito al suo (fin troppo ampio) limite, hanno perso una buona occasione per riflettere prima di parlare.

Uno dei motivetti più diffusi sul Web (o, almeno, a commento degli articoli apparsi sui siti dei maggiori media italiani) suona, più o meno, così: "avete visto, non è vero che Chavez è un dittatore: ha accettato il verdetto dell'urna".

Geniali, davvero. Peccato però che, oltre ad essere stati smentiti dall'aspirante dittatore (per il quale "le riforme sono fallite «per ora» ma che restano ancora «vive»", facendo capire che potrebbe in futuro sottoporle di nuovo al voto popolare, magari dopo qualche rinfrescatina alle liste di proscrizione e qualche giro di vite alla Chiesa Cattolica ed alla stampa), gli "amici della democrazia bolivariana" abbiano dimenticato una semplicissima cosa.

Che la maggioranza dei venezolani -formatasi in un clima da pensiero unico, per non dire di peggio- abbia bocciato il tentativo del Colonnello di "eternare" il suo mandato, di incamerare anche il potere della banca centrale e, finally, di tappare la bocca alla stampa così come -poco tempo fa- ha fatto con Radio Caracas Television, sia pure non ricorrendo al trucco del mancato rinnovo della concessione a trasmettere.

Tentativi, si sà, che stanno a cuore ai veri "democratici", quelli DOC.  

sebastianomallia | Permalink | commenti
venezuela, tempi

mercoledì, 20 giugno 2007

Non posso farne a meno: all'indignazione crescente, alla preoccupazione sempre più rattristata e rassegnata, al sentimento di amara ilarità per certe uscite del suo carnefice, il sottoscritto assomma un velo di inconscia nostalgia mista a tristezza per la chiusura di Radio Caracas Television.

E' che, per dodici anni (facciamo sette, escludendo la primissima infanzia), quella televisione è stata l'unico punto di riferimento mediatico per il sottoscritto, nato -per l'emigrazione dei genitori- in quel Districto Federal che era (e chissà, viste le derive sovietizzanti odierne, se sarà ancor oggi) la capitale venezolana.

Niente di chè, intendiamoci: massiccio ricorso alla telenovela (con quelle sue sconcertanti altalene fra scenari naturali mozzafiato e patetiche scenografie di cartone compresso); vecchi -anche vecchissimi- telefilms americani in riproposizione perpetua; culto dello sport nazionale (il beisbol, variante creolla del baseball, con frequenti dirette -da buona dependance dell'Impero- dalla Casa Base per le World Series, le finali americane di questa disciplina); cronaca imperante in contesti politicamente insignificanti (salvo che quando c'erano le elezioni, le sole capaci di dividere gli adecos -socialisti- dai copeyanos democristiani) e comicità ruspante, da barrio, a similitudine di molte produzioni locali nostrane.

Visitando il sito di Radio Caracas, giorni fa, intravedevo immagini familiari di una storia (giocoforza usata per evitare, o rinviare, la chiusura) che, in fondo, è stata molto anonima: quella del Venezuela, prima che questo nuovo caudillo venisse a monopolizzarla e stravolgerla, proiettandola nel panorama internazionale ben più di quanto non abbia fatto il petrolio (materia che però si presta più a nascondere che a rivelare).

Questa irrazionalmente triste storia di RCTV è, in fondo, una metafora efficace di un Paese che pare avere nel suo dna il "non essere abbastanza": non troppo continentale, caraibico com'è, per appartenere al Sud America, nè troppo caraibico -con quelle Ande che in esso finiscono e con quella foresta amazzonica che proprio lì inizia- per pensare di poterlo estrapolare dal continente; non così "americano", "yankee" da riuscire a resistere al vento del marxismo, ma neanche così tanto aperto all'ideologia da "cadere" nella trappola del socialismo reale insieme agli altri, ma solo "tardi", "ora".

Ma quale "socialismo"? Quello imbottito della retorica bolivariana, che ha paura di staccarsi dal suo passato; quello che si rifà a Jesus Cristo, pur minacciando la Chiesa; quello che gli affari con gli USA continua a farli, eccome, alla faccia degli esorcismi al Palazzo di Vetro del comandante supremo che tracima in ore ed ore di dirette televisive?

E’ rimasto, in fondo, così, il mio Venezuela: incapace di cambiare, perché incapace di imboccare una strada che sia una e che rimanga quella, per almeno un po’ di tempo, giusto per vedere (almeno una volta!) come va a finire. Incapace forse perché distratto, disattento persino alla sua stessa storia: che c’azzecca un creollo liberale e paramassonico come Bolivar con il Che e con Fidel?

Creollo, “meticcio”, insomma, questo atteggiamento venezolano, nell’anima oltre che nel sangue, tanto da essere persino contagioso per chi –occasionalmente- lo visiti: vedi il reportage (corredato da splendide quanto struggenti foto, almeno per me) che compare ogni tanto su un magazine virtuale di Alice.

Eppure, le splendide foto sono state scattate da un sito che apertamente schierato con prospettive simpatizzanti con Chavez: il testo però ondeggia fra la netta percezione di una decadenza infinita, post sovietica nel suo essere pre sovietica, e l’occhiolino alle iniziative demagogiche del “legittimo dittatore” di tutti i venezolani.

Si, davvero una triste storia quella di una Tv “capitalista” che chiude per dar vita ad un’altra Tv “socialista”: cambierà tutto, ma perché in fondo, rimanga il nulla di sempre.

giovedì, 18 gennaio 2007

Sono già in ritardo nell'impegno preso con un nuovo amico: un professore che abita nell'isola Margarita, in Venezuela.

Le sue e.mails, toccanti per la sua storia personale, mi invitavano a fare mio e diffondere in Italia questo appello di alcuni cattolici di questa meravigliosa isola dei Caraibi.

Naturalmente, il tono della missiva va capito e contestualizzato: solo al "calduccio" della nostra libertà ci possiamo permettere di ricordare che Chavez....

Mah, meglio lasciar perdere. Per ora.

ALL’ECCELLENTISSIMO SIGNOR PRESIDENTE

HUGO CHAVEZ FRIAS

PRESIDENTE DE LA REPUBLICA BOKLIVARIANA DE VENEZUELA

PALACIO DE MIRAFLORES

SU DESPACHO.

 

Ci dirigiamo alla sua cortese attenzione con animo pieno d’amore e con il rispetto dovuto alla sua persona e all’alta carica di Presidente della repubblica bolivariana del Venezuela per manifestarle il nostro dolore e la nostra sorpresa per le parole da Lei espresse il giorno 8 di gennaio del 2007 nel teatro Teresa Carreño di Caracas durante la cerimonia per il giuramento del nuovo gabinetto.

Noi, sottoscritti, nell’esprimere il nostro rammarico e la nostra preghiera all’Altissimo, affinchè illumini con la sua misericordia l’azione politica e sociale del suo governo, non possiamo non manifestare il nostro dissenso per le parole offensive con le quali Lei ha chiesto a nostro Signor Gesù Cristo di condannare i vescovi del Venezuela.

Nel ricordarle il nostro profondo rispetto e la nostra solidarietà per la battaglia che Ella, Signor Presidente, conduce nel suo paese per mitigare gli effetti della povertà di milioni di esseri umani nel suo paese, e la nostra trepida attesa per il suo programma ideologico basato sul così da Lei chiamato “socialismo del secolo XXI, che ci auguriamo risolva le grandi questioni irrisolte del suo paese,  in un clima di libertà e di rispetto alla dignità della persona umana, inclusi per coloro che dissentono dalla sua impostazione ideologica, non possiamo non deplorarela gravissima affermazione da lei profferita, durante la citata cerimonia di giuramento dei ministri del suo gabinetto.

Con profonda amarezza, osserviamo che non è la prima volta che Ella lancia accuse contro i vescovi del suo paese, che possono sbagliare come tutti gli esseri umani di questo mondo, quando esprimono considerazioni che esulano dalla missione dottrinale e morale della gerarchia della Chiesa Cattolica Apostolica Romana, ed entrano in un campo squisitamente politico.

Però consideriamo anche che non è la prima volta che Ella, tenta in maniera surrettizia di dividere il Mistero e l’Insegnamento di Gesù dall’insegnamento della Chiesa Universale.

Le rammentiamo che nostro Signor Gesù Cristo si fece carne e abitò in mezzo agli uomini per la salvezza di tutta l’umanità e dunque anche dei vescovi del Venezuela, incluso il defunto Cardinale Monsignor Velasco Ibarra, che non può difendersi dalle sue accuse e contro il quale Ella tiene una particolare avversione.

Gesù ci insegna l’amore di Dio e l’amore verso il prossimo e verso i propri nemici, mentre osserviamo con molta tristezza che dalle sue espressioni non appare l’osservanza di questo fondamentale comandamento.

La invitiamo ,con molta umiltà, di riflettere sulle nostre considerazioni, perchè il continuo richiamarsi a Cristo in numerosi dei suoi discorsi non significa che Lei ne sia l’interprete autentico, avendo nostro Signore lasciato questo ruolo al trono di Pietro e ai Vescovi, supremi pastori della comunità ecclesiale.

Ci allegriamo del suo ripetuto richiamo allo spirito del messaggio del Salvatore, però Le ricordiamo anche che l’amore, la giustizia e la carità sono virtù indispensabili per adempiere al suo mandato.

Tutti noi abbiamo il dovere cristiano di proclamare nelle nostre azioni, ma soprattutto nei nostri cuori il Regno di Dio in questa terra, ma siamo anche consapevoli, secondo l’insegnamento di Gesù che siamo in questo mondo ma non apparteniamo a questo mondo nè al suo principe, per cui tentare di dare del suo messaggio un’interpretazione puramente sociologica, è contraria alla sua dottrina, che si realizzerà sicuramente nella patria celeste a cui tutti noi siamo chiamati, mediante la Passione, Morte e Resurrezione di Gesù.

Nell’esprimere l’augurio di successo per la sua missione a favore dei poveri, Le riconfermiamo il nostro amore e il nostro rispetto, augurandoci che il Venezuela possa vivere sempre in un clima di libertà e di giustizia e di amore, obbedienti al sublime messaggio di Gesù nostro Signore.